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Filosofia e Politica
Alle radici della crescente disumanizzazione: la lezione di Horkheimer e Adorno - di UMBERTO GALEAZZI
UMBERTO GALEAZZI Alle radici della crescente disumanizzazione: la lezione di Horkheimer e Adorno I sintomi di una crescente disumanizzazione, presente nella nostra società, si riscontrano in forme e pratiche diverse, irriducibili e non assimilabili tra loro, ma che, tuttavia, hanno in comune proprio il carattere principale che permette di considerarli sintomi di una stessa condizione patologica : il non rispetto, che arriva fino alla strumentalizzazione e al disprezzo, della vita umana, ritenuta come un valore trascurabile e, comunque, inferiore a tanti idoli oggi dominanti. La peculiarità della situazione odierna sembra consistere nel fatto che settori non trascurabili della cultura sono, per così dire, indifesi di fronte all’offensiva minacciosa della barbarie disumanizzante. Infatti riescono a produrre solo: o flebili richiami moralistici, che non riescono a giustificare, perché in contraddizione con i loro presupposti scettico-agnostici; oppure aprioristiche e non vere diagnosi deresponsabilizzanti (certi comportamenti aberranti non sarebbero mai frutto di una libertà pervertita dal disconoscimento del bene, nonché da motivazioni e principi erronei, ma sempre e solo di condizioni di disagio sociale e/o psichico); oppure valutazioni, più o meno esplicitamente permissive o addirittura apologetiche. Due esemplificazioni paradigmatiche, per richiamare l’attenzione sulle responsabilità e le contraddizioni di una certa cultura: l’una a livello di rapporti interpersonali, il cui deterioramento riempie le pagine della cronaca nera, l’altra sul piano della lotta per la rivendicazione di veri o presunti diritti o per l’egemonia a livello locale o planetario. Per quanto riguarda i rapporti interpersonali, i legami affettivi, a livello mediatico sembra prevalere l’emotivismo, come lo ha chiamato MacIntyre. Bisogna, comunque, seguire i sentimenti: sotto l’aspetto rassicurante del buonismo le psicologhe e gli psicologi – insieme ai tuttologi che nei mezzi di comunicazione di massa non mancano mai, neanche sulle pagine di quotidiani dichiaratamente cattolici – non si limitano a consigliare, ma addirittura sentenziano, pronunciando imperativi in questa direzione (non si capisce, tra l’altro, con quale competenza, giacché il loro sapere, in base allo statuto epistemologico adottato, è volutamente empirico e avalutativo e, perciò, carente di una solida prospettiva antropologica ed etica). Bisogna lasciarsi guidare dai sentimenti, senza curarsi delle conseguenze sulla vita di altri, coinvolti e magari strumentalizzati, i cui sentimenti, certamente non compiaciuti di ciò, non sono ritenuti meritevoli di alcuna considerazione. Bisogna seguire i sentimenti, indipendentemente da una serena valutazione su ciò che è giusto e su ciò che è bene fare, per cui tutto, anche la dignità delle altre persone, è considerato funzionale all’arbitrio soggettivo. Di questa considerazione la cronaca, purtroppo sempre più spesso, ci fa conoscere gli esiti tragici. Ma quali sentimenti? Perché non solo sono diversi ma alcuni sono anche in opposizione tra di loro. Quali seguire? Quelli di prepotenza, di dominio, di possesso che non rispettano la libertà altrui, oppure quelli così mutevoli che rendono incapaci di mantenere degli impegni presi e di rispettare le persone, a cui si sono fatte delle promesse, a cui si è chiesto molto per il significato intrinseco di certi rapporti interpersonali? Quali sentimenti? Forse quelli dettati da un erotismo egocentrico fino al narcisismo, che considera e usa la persona come uno strumento funzionale al proprio capriccio, in quanto la mente, obnubilata dalla condotta reificante dell’ “usa e getta” adottata per i prodotti del consumismo, arriva a trattare in tal modo anche gli esseri umani? Oppure, all’opposto, bisogna seguire i sentimenti di rispetto e di amore, che sanno accogliere l’altro, in virtù dei quali la persona è capace di gratuità donativa, di perdono e di riconciliazione, perché sa governare le proprie passioni in base alle valutazioni della ragione e della libera volontà, nelle cui decisioni non è irrilevante la considerazione delle conseguenze che esse avranno sulla vita altrui? Quest’ultimo atteggiamento esistenziale non è ipocrisia, come talvolta si afferma da qualche “esperta” o “esperto”, ma capacità di autogoverno, autodominio e quindi espressione della maturità della persona, non in balia della labilità di un’emozione. Come ha scritto Adorno in Minima moralia, l’amore è il contrario del possesso e dell’egoismo, è essenzialmente donativo e non implica l’esclusività del possesso, ma un altro tipo di esclusività e di insostituibilità, derivante dall’irripetibilità ed insurrogabilità della persona e, quindi, di ogni autentico rapporto interpersonale. In tal modo l’amore è immunizzato da ogni infedeltà e costituisce una resistenza consapevole rispetto a una società in cui tende ad affermarsi la fungibilità di tutto. Per quanto riguarda, poi, la strategia terroristica, che non si fa scrupolo di fare stragi di bambini ( o comunque di innocenti), come strumenti di propaganda per propri pretesi disegni egemonici o per veri o presunti diritti, qui interessa solo rilevare la grande difficoltà in cui si trovano certi settori della nostra cultura, perché condannare senza equivoci certi comportamenti significherebbe far crollare il fragile castello di carte del relativismo, esito di un pensiero talmente debole da non riuscire a dire niente di coerente e di fondato in favore dell’uomo e della sua dignità. Nella suaccennata diagnosi della disumanizzazione va riconosciuto il merito dei francofortesi M. Horkheimer e Th. W. Adorno – del cui contributo ci siamo avvalsi – , che con lungimiranza hanno saputo prevederne gli sviluppi, che sono sotto i nostri occhi. Ma, anche in vista della individuazione di possibili vie di liberazione, è di grande interesse considerare quella che, secondo gli stessi autori, ne è la radice teoretica: la perversione della ragione consegnata alla logica del dominio. Quest’ultima scaturisce da un ripiegamento egocentrico del soggetto su se stesso, che può diventare un vero e proprio accecamento: l’io diventa così importante per se stesso fino al punto che tutto ciò che è altro da sé – compresi gli esseri umani – non ha alcun valore, o può essere usato come strumento per i propri fini, oppure è visto come ostile, pericoloso e quindi da tenere a bada; in entrambi i casi si tratta di dominarlo. In tal modo la logica del dominio inquina alla radice la conoscenza che non riconosce l’altro per quello che è, ma lo considera in funzione del proprio intento manipolativo; alla sua radice non c’è la volontà di verità (che mira a riconoscere le realtà, in virtù dello stupore originario della ragione, nella loro peculiarità e dignità), ma l’accecamento proprio della volontà di potenza. Il pensiero diventa, così, pensiero calcolante: nella matematizzazione della natura, che serve per la previsione e per il dominio, le differenze e le qualità vengono trascurate o addirittura dichiarate inesistenti e mortificate, perché quantificare e calcolare vuol dire rendere o considerare equivalente ciò che in realtà è diverso. Tutto viene livellato e la produzione di equivalenze prelude alla legge dello scambio e della fungibilità universale. Quando questo atteggiamento si estende agli esseri umani si realizza la loro reificazione, l’esser trattati come cose, ma lo stesso pensiero tende a reificarsi, in quanto si riduce a semplice strumento automatico di registrazione, di calcolo e di pianificazione, essendo mortificata la sua peculiare capacità critica su se stesso, sull’esistente e sull’operare umano. Come scrivono Horkheimer e Adorno in Dialettica dell’illuminismo: «il sapere, che è potere, non conosce limiti, né nell’asservimento delle creature, né nella docile acquiescenza ai signori del mondo». Se questa è la radice della disumanizzazione – cioè la razionalità connessa al dominio: il vedere tutto come una preda – si tratta di riscoprire una teoria e un prassi (unite e interagenti nella vita personale) radicalmente alternative. Il recupero della libera e aperta capacita critica, senza paraocchi, per dirla con Husserl, che sa imparare anche dai propri errori riconosciuti come tali e, quindi, dagli esiti distruttivi della logica del dominio, è liberazione dalla perversione dell’intelligenza, liberazione legata a una prassi che si ispira al rispetto (senza il rispetto tutta la gamma delle modulazioni dell’emotivismo suona falsa) dell’altro ed alla solidarietà.
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