Contributi filosofici

Per inviare articoli utilizzare il FORM in fondo alla pagina

PER ACCEDERE AI CONTENUTI CLICCARE

Filosofia e Politica
“HOMO OECONOMICUS”- di Marta Morellii
CONSIDERAZIONI SULL’ “HOMO OECONOMICUS” Marta Morelli Com’è possibile concepire l’individuo senza rivestirlo dell’abito dell’homo oeconomicus? La questione tiene conto del fatto che non è più possibile accettare l’individualismo di matrice libertaria che pretende di recidere il singolo dal corpo della società e lo cala in una dimensione in cui ognuno deve badare a se stesso in virtù di una lotta esemplificata dall’hobbesiano bellum omnium contra omnes. Locke e Adam Smith hanno fissato i caratteri dell’homo oeconomicus, messo in rapporto diretto con le sole cose, rispetto al quale gli altri e la società in genere sono solo mezzi per conseguirle: un individuo votato esclusivamente al proprio interesse e al soddisfacimento dei suoi bisogni. Nell’ambito del sistema capitalistico si è voluto esaltare questa figura dell’uomo isolato, libero da ogni legame collettivo: il risultato è che lo si è reso solo, ripiegato sulla sua “ragione calcolante”, costretto a convivere con un atomismo sociale dilagante, frutto di una concezione dei rapporti interpersonali intesi come relazioni contrattuali, ben diverse da quelle tradizionali, rigidamente gerarchizzate. Certamente la modernità ha inaugurato un’epoca di responsabilizzazione del soggetto, non più determinato dalla sua posizione sociale bensì dalle sue scelte, ma questo modello umano ha aperto la strada anche alla dissoluzione di quegli ordinamenti che davano senso al mondo e ad una condizione di anomia, per cui la società si disgrega sempre di più e ognuno si aggrappa alle cose. In questo nuovo orizzonte assistiamo al primato della ragione strumentale; se la società non ha più una struttura “sacra”, se le creature che circondano l’uomo perdono il significato conferito loro dal posto che occupavano nella “catena dell’essere” per acquisirne uno solo in vista dell’uso che se ne può fare, ecco che l’universo intero è esposto al rischio di venir trattato come strumento e “materia prima” (non a caso Locke descrive l’entrata in scena dell’uomo nel teatro della natura in termini di appropriazione) e gli altri uomini sono subordinati sempre ai bisogni e all’autorealizzazione individuale. In definitiva le società moderne hanno cominciato a pensarsi come organismi economici di produzione e di scambio e il paradigma dell’homo oeconomicus è divenuto la lente attraverso cui si è letta persino la psicologia individuale, come se l’uomo fosse mosso solo dall’interesse, dal profitto e dai suoi bisogni. Tale paradigma racchiude una tendenza livellatrice, in quanto cerca di rendere le motivazioni umane perfettamente prevedibili, in una lettura riduzionistica che elimina ogni altro valore e che è divenuta ormai senso comune. Ma le conseguenze del paradigma dominante non finiscono qui; si riscontra anche un deciso slittamento da un’antropologia della pienezza ad una della mancanza: l’uomo svuotato di punti di riferimento trascendenti (di qualunque tipo vogliamo intendere) diventa un “fascio di bisogni” e perciò l’iter ordinario della produzione di beni viene velocizzato come non era mai accaduto prima dell’avvento dell’economia di mercato: se in epoche precedenti l’uomo era l’obiettivo della produzione, in quella moderna è esattamente il contrario (basti pensare all’odierna centralità del “Pil”). Inoltre ciò che si distacca dal paradigma è oggetto di ostilità: lo dimostra l’antropocentrismo e l’etnocentrismo di stampo evoluzionistico della cultura occidentale, che inducono a studiare le culture attraverso la storia non del significato e valore simbolico di miti e rituali, bensì della scienza e della tecnica. In tale prospettiva la storia stessa si connota, secondo una linea progressiva e unidirezionale, come una scala alla cui sommità si trova l’uomo occidentale. In realtà l’affermazione del singolo non cancella il suo bisogno di appartenenza a un gruppo, poichè le dinamiche che regolano la storia sono, al fondo, di ordine culturale, antropologico e politico; no di certo di natura meramente economica e materialistica, come in parte ha dimostrato Weber con il celebre saggio sull’etica protestante. Il principio di razionalità ed efficienza che aleggia, privo di connotazioni sociali e nazionali, su tutto il mondo ormai “globalizzato” è di natura essenzialmente economica, ma il mercato non può essere l’unico motore della storia né l’interesse lo è per le azioni umane. Oggi la globalizzazione dà luogo all’illusione, alimentata dal mito neoliberista, di un’economia omogenea, universo di beni scambiabili in mercati perfetti, operanti nel vuoto istituzionale. Al contrario, bisogna guardarsi da una visione dell’economia “scorporata” dai rapporti sociali, in quanto essa è incastonata nella società stessa, è embedded, per usare un termine di Karl Polanyi; per come li intende invece l’homo oeconomicus, gli affari sono pensati spesso come esterni alla moralità e a qualsiasi altro valore, dopo che sono state distrutte le tradizionali strutture comunitarie che proteggevano l’individuo dall’isolamento. Certamente non si può tornare indietro, però sarebbe opportuno, a mio avviso, fermarsi a riflettere sulla presunta “naturalità” del nostro assetto socioeconomico, a cui possiamo sì adattarci (anche se ormai, per la verità, con sempre maggior fatica), ma senza illuderci della sua maggiore umanità rispetto ad altri e senza perdere coscienza del fatto che non lo si può né si deve eternizzare. Di fronte a tutto ciò occorre ripensare, come possibile soluzione, il ruolo della politica, che deve diventare il mezzo per ricongiungere l’individuo agli altri, in modo che gli individui diventino più liberi, consapevoli e responsabili, attivi nella vita civile e che, liberati almeno parzialmente da un consumismo onnivoro e ormai senza senso, abbiano una dignità, non un prezzo. E qui emerge la questione del rapporto tra il singolo e le istituzioni: come riconciliare la libertà degli antichi (di influire positivamente sulla politica) con quella dei moderni? Il problema è in ultima analisi quello di far uscire l’individuo dalla sua comoda bolla di vetro formata dalla somma di tutte quelle libertà legate alla sfera privata e di calarlo nella società consentendogli, allo stesso tempo, di riacquistare un certo peso di fronte ad apparati che tutt’ora sembrano averlo reso impotente, come le multinazionali, i mass media e altri grandi gruppi di potere. E’ bene infatti notare che all’aumento delle libertà “private” corrisponde spesso una diminuzione del peso che il singolo ha nella vita pubblica e politica. Ma se non si cambia il paradigma dominante la strada da percorrere sarà lunga e impervia.
Compilare il seguente modulo
Nome e Cognome:
E-mail:
Sezione:
Titolo:
Testo:

captcha
Inserisci il codice che vedi nell'immagine sopra.


  
 
 
CENACOLO FACEBOOK
 
 
 
Eraklito 2000
 
Associazione Verso il Cenobio
 
 
 
Edizioni Cantagalli