Contributi filosofici

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Filosofia e Politica
Il tormentone ideologico dei DIRITTI UMANI - di Francesco Corsi
Questa riflessione si articola a partire dalla lettura dell'interessantissimo libro dello storico e specialista di diritto romano Michel Villey "Il diritto e i diritti dell'uomo", edito da Cantagalli.

In questo testo l'autore cerca di chiarire dal punto di vista linguistico il significato dei termini "Diritto e diritti dell'uomo" termini dei quali la contemporaneità sta facendo uso intenso senza preoccuparsi della loro concretezza.



Spesso nei convegni o nelle accademie si fa riferimento ai diritti come a dei concetti la cui universalità è tanto astratta, dall'essere completamente avulsa rispetto alle situazioni umane reali e particolari. A quel punto l'interpretazione di quelle norme che dovrebbero difendere e garantire lo ius dell'uomo diventa persino perniciosa.

I diritti dell'uomo in generale, non corrispondendo ad alcunchè di concreto, possono assumere i connotati che più fanno comodo ai poteri forti.

Possono sembrare la panacea di tutti i mali, ma rivelarsi altresì in modo sorprendente e parodossale, strumento per giustificare il controllo delle masse e favorirne persino l'oppressione liberticida.



Dice l'autore: "maneggiati da Hobbes sono un'arma contro l'anarchia, per l'instaurazione dell'assolutismo; per mano di Locke, diventano un rimedio contro l'assolutismo, per l'instaurazione del liberalismo; quando si rivelarono i misfatti del liberalismo, furono la giustificazione dei regimi totalitari e degli ospedali psichiatrici"



L'enorme successo del luogo comune dei "diritti umani" nella retorica contemporanea è da attribuirsi al fatto che dietro alla militanza in nome dei diritti, spesso si nasconde la volontà di instaurare regimi.

I diritti dell'uomo sono stati utilizzati come argomento ideologico per l'instaurazione sia dei regimi socialisti totalitari, sia del capitalismo schiavista.



La questione dei diritti umani è la questione più attuale che pone problemi parodossali: infatti nella misura in cui ogni categoria, ogni gruppo, ogni soggetto rivendica in modo assoluto i propri diritti, la conseguenza è la negazione palese dei diritti degli altri. E quindi in nome dei diritti si dostrugge il concetto stesso di diritto che fa riferimento ad un equilibrio e ad una giustizia che nel concreto armonizza le parti tra loro, senza assumere mai connotati giacobini.



"Se si prendessero sul serio i diritti libertà, la proprietà e la libertà contrattuale, si finirebbe col privare le masse lavoratrici del loro diritto al minimo vitale...se al contrario si opta per i diritti al lavoro, alla salute, al tempo libero, e alla cultura, essi appariranno difficili da realizzare senza intaccare il diritto di sciopero e le libertà."

L'autore compie un percorso storico alla ricerca del chiarimento linguistico del termine diritto. Analizza l'etimologia dello ius in rapporto alla iustitia osservando come la nascita della scienza del diritto sia un'invenzione della Roma classica e come il tema del diritto sia tipico della cultura greca tesa alla ricerca dell'ordine armonico.

Per i greci la filosofia aveva un risvolto pratico che imponeva al filosofo di occuparsi della morale: l'etica non veniva ricondotta a normative soggettive, frutto di una visione volontaristica, ma alle leggi non scritte, riferite all'ordine del cosmo.

La morale pertanto non deriva dalla coscienza soggettiva, idea che si farà strada specialmente a partire da Kant.

Kant fonderà una morale autonoma, avulsa rispetto agli eventi, che finirà per non dare più un contributo concreto.



L'autore si domanda quale norma sia appropriata alla protezione dell'universalità degli uomini. Ma se i "diritti dell'uomo" sono illusori ( in quanto non esiste un "uomo" astratto) forse nell'antichità possiamo rintracciare un sistema di doveri morali che piuttosto che venir confinati in sfere ideali, vengano presi sul serio dal punto di vista dell'efficacia.



Esiste un modo di vivere i diritti unilaterale e soggettivistico che non tiene conto della globalità, della vera universalità. Quel modo tipico dell'avvocato, che prende la parte talvolta solo dell'accusato talvolta solo della vittima. La società ha perso la capacità di vivere una dimensione da Scuola di Atene di Raffaello avendo preso l'abitudine di calcolare quali sono i diritti dell'ego in modo relativistico e narcisistico.



La contemporaneità ha sviluppato un diritto egoistico alla felicità che nella smania di possesso non tiene conto dei reali diritti di tutti gli altri.

Un esempio è fornito, appunto, da quei diritti che le diverse categorie rivendicano unilateralmente per se stessi: siano operai, donne, disabili, sindacati, non sembrano quasi mai inquadrare i propri diritti nel contesto di relazioni di ampio respiro, dove esistono azioni che si intersecano con tanti altri diritti di altre persone.



Ecco allora l'utilità della filosofia e del pensiero tomista che si incarica di una lettura della realtà universale, strutturata e sistematica, prendendo tuttavia le mosse dal mondo reale, dalle situazioni concrete, così come Aristotele insegnava



Francesco Corsi
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