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Filosofia e Politica
PER UN TEA PARTY MEDIEVALE - di Riccardo Cavirani
Il 20 maggio 2010 si è tenuto a Prato il primo Tea Party italiano.
Tanti giovani dallo spirito libero, grazie all’idea e al coraggio di David Mazzerelli, si sono riuniti per protestare contro l'eccessiva pressione fiscale e l'invadenza burocratico-amministrativa che permea ormai le nostre vite. La protesta ha le sue radici nell’America coloniale, quando i Coloni organizzarono i primi atti antigovernativi nel 1773: anno del celebre Boston Tea Party.
In Italia, purtroppo, la cultura statale-assistenzialista (cristallizzata nell’idea che si debba essere seguiti dallo Stato dalla culla alla bara) si è talmente radicata non solo nelle menti delle persone che ci circondano ma anche nelle nostre al punto che, per cercare esempi di libertà, si è spesso costretti a guardare verso il continente americano e rifarci appunto al Tea Party del 1773 o ai recenti movimenti popolari d’oltreoceano che a questo si ispirano.
Ma c'è anche chi, studiando la Libertà, ha guardato a noi. E di certo non un autore minore, ma M. N. Rothbard, fondatore del Libertarian Party.

Rothbard ha infatti ripensato il Medioevo come un'epoca libertaria, o meglio paleolibertaria (1). Senza niente togliere ai pensatori liberali e libertari dell'età contemporanea, che sono stati chiamati in causa già dalla sera del 20 maggio, si potrebbe allora dire che i nostri antenati siano stati libertari, pur senza saperlo, molto prima di un Rothbard o di un Hoppe!
Il gusto del tè di Prato, è, allora, molto più antico. Affonda le sue radici nel Cristianesimo europeo, nella fusione culturale dei regni romano-barbarici, in Carlomagno, e soprattutto nell'età comunale. Questo caos medievale, in cui la mancanza di un potere assoluto centrale favorì l'emergere di associazioni spontanee di individui che formarono i nuclei dei primi Comuni, in cui l'assenza di una burocrazia statale e di pesanti tassazioni sulla proprietà favorì lo sviluppo di una prima e sana borghesia capitalista, altro non è che una testimonianza della vivacità e delle capacità dell’homo faber d’Occidente.

L'individuo, lasciato libero di agire, poté creare con le sue forze invenzioni fondamentali per la nostra vita quotidiana: creò i bottoni, la pasta e gli occhiali, la partita doppia, la lettera di cambio, la banca, l'università e tante altri invenzioni che sfruttiamo ancor oggi (2). Il Cristianesimo entrò in contatto con questo spirito imprenditoriale: i due si influenzarono e poi si fusero, generando il nucleo di una prima società capitalista; basta pensare alla riflessione sul giusto prezzo nel libero mercato ad opera dalla Scolastica, alla puntuale organizzazione economica dei monasteri o alla difesa della figura dell’imprenditore sostenuta nel Quattrocento dal frate Bernardino da Siena, secondo il quale l’imprenditore incarna le doti di efficienza, responsabilità, laboriosità, assunzione del rischio.
L’aspirazione al successo, all’eccellenza e soprattutto al farsi da sé raggiunse così un punto di massima trascendenza quando Pico esaltò, nell’orazione de hominis dignitate del 1486, il ruolo dato da Dio all’Uomo, il quale, posto dal Creatore al centro dell’Universo è artefice del proprio destino.

Non è un caso quindi che Rothbard, negli ultimi anni della propria vita, riscopra il Medioevo come epoca non solo importante per le libertà economiche, ma fondamentale per la visione e l’impostazione culturale dell’Occidente. Nel 1992 si verifica infatti un clamoroso allontanamento di Rothbard dal Libertarian Party seguito dal successivo sostegno ai Repubblicani della Old Right di Pat Buchanan. E’ la presa di coscienza che il libertarismo, nella più ampia prospettiva di relativizzare qualsiasi atteggiamento e comportamento umano, ha perso di vista il nucleo fondante del proprio pensiero filosofico: il Cristianesimo. Nel tracciato segnato dai grandi pensatori cattolici e liberali Rothbard capisce che, per dirla con le parole di Tocqueville, «l'uomo non potrà mai sopportare contemporaneamente una completa indipendenza religiosa e una totale libertà politica; e, se non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda».

Il termine paleolibertario, introdotto da Lew Rockwell (3) nel 1990, fece breccia nel cuore di Rothbard e divenne così il termine principale per quei libertari che volevano differenziarsi da posizioni estremamente decadenti, edoniste, relativiste, nichiliste, egualitarie, alternative e libertine dei left-libertarian.
«Il paleolibertarismo, infatti, sostiene che vi è uno stretto collegamento tra la libertà e l’eredità culturale giudaico cristiana, dato che la distruzione degli ordinamenti tradizionali apre la strada all’edificazione dello Stato onnipotente. Se si attacca la famiglia limitandone l’autonomia, questa non potrà più servire come bastione contro il potere statale. Lo stesso effetto viene prodotto dalla retorica progressista, quando ridicolizza la religione, i costumi, le istituzioni, le usanze e i pregiudizi delle classi medie, con l’obiettivo di estendere il raggio di azione dei funzionari e degli esperti governativi nella società (4)».

Il Medioevo è dunque fondamentale per il contributo culturale che dona al pensiero Occidentale moderno: il dualismo tra Stato e Chiesa, tra Impero e Papato, permette lo sviluppo di istituzioni autonome e l’affermazione dei tradizionali valori borghesi. Secondo Hoppe è infatti proprio con l’avvento del welfare state che si sono diffusi in massa stili di vita decadenti ed edonistici: è lo stesso Stato che, intervenendo nella ridistribuzione economica delle ricchezze, ha causato le anomalie sociali e culturali dell’Occidente. A partire dagli anni sessanta, l’assistenzialismo statale, sollevando gli individui dalle proprie responsabilità e dall’obbligo di provvedere al proprio reddito, ha sminuito il valore del lavoro, della famiglia, del matrimonio e dei figli (5). La politica assistenzialista ha prodotto in Occidente la proliferazione di un nuovo tipo umano che Hoppe definisce il prodotto mentale ed emozionale del welfare state: la nuova classe degli adolescenti a vita. Paradossalmente è lo Stato stesso ad aver creato i bamboccioni contro i quali oggi si scagliano i politici!

La riscoperta delle radici cristiane d’Occidente non comporta, secondo Rothbard, l’idea di voler imporre una teocrazia: è anzi una battaglia culturale giocata sulla difensiva, per parare i colpi di una élite progressista che sempre di più usa gli apparati statali per attaccare e danneggiare i valori, i principi e la cultura cristiani. E’ così che i veri proibizionisti di oggi non sono i conservatori ma tutti quei progressisti che, a partire dalla Rivoluzione Francese in avanti, in nome dello Stato e del Bene comune hanno voluto imporci, con le leggi e la burocrazia, la propria visione del mondo.
Lord Acton ci insegna che ci sono molte cose che lo Stato non può fare e che ci sono molti buoni propositi ai quali deve rinunciare: non può dare da mangiare alla gente e non può renderla ricca; non può educarla e non può convertirla. Lo Stato non può esercitare la funzione della coscienza. Si occupa solo del benessere della società e non degli individui. Gli uomini non possono essere resi buoni dallo Stato, anzi possono esserne facilmente corrotti. Stesso ragionamento che è applicabile ad una certa parte del mondo cattolico il quale ha dimenticato la lezione di pensatori liberali e cattolici come Tocqueville, Bastiat, Rosmini, Sturzo ed Einaudi.

Secondo Antiseri infatti «La tradizione del cattolicesimo liberale è stata accantonata e occultata da una schiera di cattolici solidaristi, pronti a fare del bene sempre a spese degli altri e a rubare il futuro ai più giovani e alle generazioni che verranno dissipando risorse a favore dei cittadini trasformati in accattoni ricattabili che per mestiere fanno gli elettori (6)».
La riflessione storica sul Medioevo è in realtà molto più complessa e presenta luci ed ombre; molti luoghi comuni su questa epoca sono ormai stati rigettati anche dall’ambiente accademico, al punto che sembrano essere più bui i secoli dell’evo moderno che non quelli dell’era di mezzo. Dice Marco Respinti rifacendosi alla studiosa Régine Pernoud: «La Modernità è l’atteggiamento ideologico che attribuisce al secolo XIII la ripugnante sporcizia del XVI e di quelli che sono seguiti, fino al nostro tempo» (7). Il liberalismo e il libertarismo sono dottrine moderne, nate per combattere l’eccessivo dominio statale e cercare di datare la loro fondazione al Medioevo è sicuramente una forzatura e si corre poi il rischio di idealizzare l’idea stessa di Medioevo, che è invece un passato ormai irripetibile, ma di cui possiamo e dobbiamo raccogliere l’eredità.

In un recente studio sul pensiero scolastico medievale e moderno, Chafuen (8) ha infatti approfondito il contributo che i dottori della scolastica hanno dato al pensiero economico del libero mercato. Nel Medioevo la scolastica, dal latino schola, era lo studio dei problemi originati dall’applicazione delle arti liberali, della filosofia, della teologia, della medicina e del diritto: il suo scopo era di arrivare ad una soluzione che fosse in accordo con la ragione umana e la fede cristiana.
Il pensiero scolastico, nella riflessione razionalistica di San Tommaso genera il concetto di legge naturale che, attraverso la scuola di Salamanca, passa dall’Italia alla Spagna, per arrivare poi nei Paesi Bassi e finalmente nell’Inghilterra di Locke.
La scolastica spagnola offre ad esempio spunti interessanti riguardo il rapporto tra Stato ed individuo. Nel momento in cui la monarchia iberica si trova ad essere la prima potenza mondiale, il tardoscolastico Pedro Fernández de Navarrete scrive un libro di consigli dedicato alla Corona affinché questa possa conservarsi: egli è fortemente critico nei confronti dell’eccessiva spesa pubblica e del numero troppo elevato di funzionari statali, che non esita a definire parassiti.

«Le tasse alte hanno originato povertà. Temendo continuamente gli esattori delle tasse, gli agricoltori, per evitarne le vessazioni, preferiscono abbandonare la loro terra. Come disse Re Teodorico, il solo paese piacevole è quello in cui nessuno teme gli esattori». Dice invece il padre gesuita Juan de Mariana: «Le tasse sono, di norma, una calamità per il popolo ed un incubo per il governo: per il primo sono sempre eccessive, per il secondo non sono mai abbastanza, mai troppe».
Altro grande contributo dei dottori della scolastica è lo studio della proprietà privata: essi ci dicono infatti che se i beni fossero posseduti in comune ne trarrebbero beneficio anche i malvagi, poiché loro prenderebbero di più dal granaio comune e vi metterebbero di meno, mentre i buoni contribuirebbero di più e guadagnerebbero di meno. La proprietà privata inoltre è per loro più redditizia perché è naturale che gli uomini si prendano miglior cura di ciò che appartiene a loro piuttosto che di ciò che appartiene a tutti.

Riassumendo quanto detto fin ora, Sergio Ricossa descrive così l’epopea della grande borghesia medievale nel simpatico libro Straborghese: «Il borghese inventa il mercato: macchine e organizzazioni, nuovi prodotti, nuovi modi di vivere. Ma inoltre, quando la campagna feudale gli diventa troppo stretta, inventa il comune, la città libera (di qui il suo nome, da borgo cittadino). Quando la fiscalità del sovrano gli diventa troppo oppressiva, inventa la democrazia (quale ironia che nel tempo il parlamento, invece di controllare il sovrano, si sia fatto più fiscale e torchiatore di lui)».
E così, tristemente, torniamo, torchiati, nella quotidianità; e mentre l’Europa si suicida perseverando nella negazione delle proprie radici culturali e resta così un carrozzone burocratico e pare un fantasma, un personaggio in cerca d’autore e d’identità, o un albero secco, spoglio e senza radici; ecco che conoscere la propria storia, conoscere il patrimonio culturale che sta alla base del nostro modo di pensare, è la ricetta necessaria per costruire questa rivoluzione del Tea Party e far crescere sano e robusto il nuovo germoglio dell’Albero Bianco di Gondor.

I Tea Party potranno essere ancora più forti se alla protesta fiscale e alle azioni concrete uniranno una costruzione e una rielaborazione di questo patrimonio culturale: la ricetta vincente, negli States, è infatti quella del del fusionismo: Cristianesimo, Cattolicesimo, Liberalismo, Libertarismo e Conservatorismo: realtà che sembrano politicamente e culturalmente distanti, possono invece identificarsi e fondersi così come si fusero, o meglio si originarono, nel medioevo. Messi dunque a tacere i luoghi comuni e le falsità riguardanti questa epoca, possiamo dire che essa fu un età che guardò, nel suo conservatorismo, all’innovazione, non fu una età fatta di rivoluzioni improvvise ma di cambiamenti graduali: all’insegna della tradizione. Ed è da qui che dobbiamo ripartire.

Sono stato felice di sapere che Prato avrebbe ospitato il primo Tea Party italiano. Prato infatti fu la città di Francesco Datini, un mercante italiano, un mecenate, un politico, un uomo di Fede: un uomo che rappresenta quel percorso ideale e culturale del Medioevo. Ma anche un uomo che ci rappresenta: perché, alla fine, nessuno si è fatto del tutto da sé ma ciascuno di noi, al momento della nascita, riceve un regalo diventando beneficiario dei servizi, delle invenzioni e delle idee provenienti da tutti gli altri esseri viventi e vissuti.

Nel XII secolo dice Giovanni di Salisbury: «Bernardo di Chartres era solito paragonarci a dei piccoli nani appollaiati sulle spalle di giganti. Egli faceva notare che noi vediamo più cose e più lontano dei nostri predecessori non perché disponiamo di una vista più acuta o di un'altezza maggiore, ma per il fatto di essere sollevati e portati in alto sulla loro imponente statura».
A Prato ci siamo seduti sulle spalle di Francesco Datini e abbiamo provato a guardare più lontano, a pensare alle nostre radici e a trovare così le forze, il coraggio e anche l’autorità per abbattere finalmente quel velo di ipocrisia, assistenzialismo e falso buonismo che ormai ottenebra le menti di tanti italiani. Perché i secoli bui sono, in verità, gli anni che stiamo vivendo. Perché anche noi, come i nostri predecessori, vogliamo lasciare un dono a chi ci seguirà.

Riccardo Cavirani


(1) Cfr. M. N. ROTHBARD, Economic Thought Bifore Adam Smith, Cheltenham, Edward Elgar, 1995.
(2) Cfr. C. FRUGONI, Medioevo sul naso; occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali, Bari, Laterza, 2004.
(3) Cfr. L. ROCKWELL, Il manifesto del paleolibertarismo, in Enclave - Rivista libertaria, Treviglio, Leonardo Facco Editore, n. 17, 2002.
(4) Cfr. G. PIOMBINI, Murray N. Rothbard e il movimento paleolibertario, in Etica e Politica, Rivista elettronica di filosofia dell’Università di Trieste, 2003, n. 2.
(5) Cfr. H. H. HOPPE, Democracy: That God That Failed, New Brunswick London, Transaction, 2001.
(6) Cfr. A. A. CHAFUEN, Cristiani per la libertà. Radici cattoliche dell’economia di mercato. Macerata, Liberilibri, 1999, pg. XV.
(7) Cfr. G. PIOMBINI, Il Medioevo delle libertà, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 2004, ppg. 103-161.
(8) Cfr. A. A. CHAFUEN, Cristiani per la libertà. Radici cattoliche dell’economia di mercato, cit.
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