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Filosofia e Politica
Il ruolo antinazista del Sud ed il paradigma della Resistenza - di Salvatore Ragonesi
Il ruolo antinazista del Sud ed il paradigma della Resistenza
La vulgata storiografica di un Sud passivo di fronte alla Resistenza si deve involontariamente alla ricostruzione del grande storico valdostano Federico Chabod nelle sue lezioni parigine del 1950 su L’Italia contemporanea(1918-1948),ma essa ha ormai esaurito la sua funzione nel contesto dei nuovi elementi conoscitivi e delle più libere ricerche storiografiche,e pertanto la tesi a vecchia tesi storiografica ha ormai perduto la sua specifica rilevanza scientifica:“Questo è il cosiddetto regno del Sud.Qui non troviamo,non possiamo trovare la Resistenza[…]In altre parole,ciò significa che ,sia dal punto di vista politico sia da quello militare,la popolazione del Mezzogiorno non può conoscere il fenomeno partigiano(le grandi giornate di Napoli-ripeto-sono un’eccezione che non muta la situazione generale)”.Il giudizio di Chabod,così tagliente e asseverativo,è formulato a p.120 dell’opera citata nell’edizione Einaudi 1961.Non bastano più la creatività e la larghezza di visione di Claudio Pavone,poiché adesso si richiede,oltre alla spregiudicatezza,una più profonda e vasta ricognizione storiografica con radici pluridisciplinari.e con solide nozioni geopolitiche.
L’importanza della più recente ricerca consiste proprio,più che nei risultati finora conseguiti,nella forte sollecitazione in direzione di una revisione conoscitiva generale che ridia al Sud il suo ruolo storico e metta in campo,oltre ai partigiani,altri soggetti sociali come concreti protagonisti della lotta resistenziale.E non è affatto provocatorio collocare l’inizio della Resistenza in Sicilia,in coincidenza con lo sbarco degli angloamericani nella costa più a sud dell’Isola,nella sporgenza meridionale tra Siracusa e Gela,in quella notte fatale del 9-10 luglio 1943.Da quel punto geografico le unità corazzate americane del generale Patton puntarono piuttosto rapidamente su Trapani e Palermo e quelle inglesi di Montgomery marciarono più lentamente verso Catania e Messina.
La cosa che più colpisce nei dati di più recente acquisizione è la scoperta che molti siciliani parteciparono all’evento resistenziale ed anzi furono i primi ad iniziare la lotta di liberazione dai tedeschi quando ancora l’Italia fascista era alleata della Germania nazista e non si prevedeva un capovolgimento di alleanza,che avverrà formalmente solo il 13 ottobre 1943.E in Sicilia si verificarono duri scontri tra popolazione e tedeschi in grossi e piccoli centri,ed eccidi di notevole portata,di cui nessuno finora aveva dato notizia,tranne il letterato Nino Savarese nella Cronachetta siciliana dell’estate 1943 che ha cercato di ricostruire l’opposizione siciliana ai tedeschi e la feroce reazione di costoro.Uno degli eccidi più gravi avvenne in un paese della cintura etnea,Castiglione di Sicilia,in cui i tedeschi il 12 agosto 1943 uccisero 16 persone,ne ferirono altrettante e misero a ferro e a fuoco l’abitato.
Una più chiara rivisitazione deriva dalla ricerca sui siciliani periti fuori dell’Isola,ricerca promossa dall’ANPI di Messina e Catania con il contributo di giovani studiosi e poi ripresa con passione da Mario Avagliano ed estesa a tutto il Sud.Manca però una ricostruzione completa,ch’io sappia,di tutti i siciliani caduti nella lotta resistenziale e non è stato tuttora compilato un elenco integrale dei siciliani più illustri che hanno dato un serio e decisivo contributo all’antifascismo ed alla guerra di liberazione,a cominciare da Luigi Sturzo(esule dall’ottobre 1924),Concetto Marchesi,Renato Guttuso,Girolamo Li Causi,Pompeo Colajanni,Giorgio La Pira,Luigi Russo,Adolfo Omodeo,Elio Vittorini,Salvatore Quasimodo,Leonardo Sciascia,Giuseppe Tomasi di Lampedusa,Riccardo Lombardi,Vitaliano Brancati,Pier Maria Rosso di San Secondo,Giuseppe Antonio Borgese,Ugo La Malfa,ecc.
Più in generale,manca una storia organica della Resistenza nel Sud,e sarebbe non solo utile,ma anche necessaria,e renderebbe giustizia alla verità storica,dopo le tante contraffazioni ideologiche,e farebbe vedere criticamente e plasticamente,in una tessitura geografica,la reale partecipazione della popolazione meridionale alla lotta resistenziale,man mano che le truppe naziste si ritiravano e gli Alleati faticosamente avanzavano.Certo,la Resistenza nel Sud fu di breve durata,ma è comunque decisivo il fatto che il paradigma resistenziale della liberazione dal nazifascismo fosse stato in qualche misura elaborato e praticato.Importa la qualità della lotta e non la sua lunghezza.Mai la quantità è prevalsa sulla qualità.
Nei giorni successivi all’8 settembre del 1943,data dell’annuncio dell’armistizio con gli Alleati da parte di Badoglio,in molte città del Meridione si registrarono atti di opposizione ai tedeschi.Ne parla per brevi schizzi Giorgio Bocca in un capitolo della sua Storia dell’Italia partigiana titolato Le ribellioni del Sud,in cui però non si accenna per nulla agli avvenimenti di Sicilia e si descrive in modo assolutamente sommario,se pure con grande merito,la Resistenza “anarchica” di Napoli, Gaeta,Benevento,Matera,Potenza,Rionero in Vulture,ecc.Ma non risulta chiaro in sostanza il significato complessivo di una tale ribellione,mentre sarebbe necessario farlo emergere con forza e trasparenza..A Cajazzo,per esempio,il 13 ottobre 1943 si verificò un massacro di 23 persone di cui poco si è saputo,ed è rimasto incompreso il senso,fino alle tenaci ricerche di Agnone e Capobianco. Nel Casertano il numero delle vittime delle stragi fu davvero impressionante,e ciò non avvenne certo per puro caso,né per caso furono consumati 27 eccidi nazisti(v.Gloria Chianese,Basilicata, Calabria, Campania,Puglia,in E. Collotti-R.Sandri-R.Sessi,Dizionario della Resistenza,Einaudi Torino 2006,p.29),né per caso tutto il Mezzogiorno fu segnato da stragi ed eccidi.
Lo storico Carlo Spartaco Capogreco riportava alla luce i campi fascisti di internamento ed i molti luoghi di confino al Sud,anche come sedi e strumenti di formazione della coscienza antifascista e resistenziale degli abitanti locali,e in un’appassionata monografia illustrava la figura di Dante Castellucci detto Facio,un calabrese di Sant’Agata di Esaro in provincia di Cosenza divenuto,per il tramite del confinato politico Otello Sarzi Maditini,amico dei fratelli Cervi ed eroico protagonista di azioni militari sull’Appennino Tosco-Emiliano,giustiziato in modo infame,ad Adelano di Zeri in Lunigiana,dai suoi stessi compagni di lotta all’alba del 22 luglio 1944(v.Carlo Spartaco Capogreco, Il piombo e l’argento.La vera storia del partigiano Facio,Donzelli Editore, Roma 2007).
L’eccidio di Cajazzo,assieme alle varie stragi di Giugliano,Bellona,Teverola,Mugnano,ecc.,si può considerare una forma ormai perfezionata e omologata del ripugnante stragismo nazista,mentre le quattro giornate di Napoli esprimono nel modo più completo la Resistenza popolare e patriottica del Sud e costituiscono al tempo stesso un modello di lotta resistenziale.Ciò conduce,certo,alla valorizzazione delle realtà e dei movimenti resistenziali nel Sud,senza poterne occultare il valore per motivi ideologici o di opportunità politica.L’occupazione tedesca del Sud fece scattare,dunque, una serie di atti e fatti resistenziali che si collocano in continuità logica e cronologica e che rimandano ad una specificità di azione oppositiva con ampie e chiare connotazioni antifasciste e antinaziste.Per queste caratteristiche essenziali non è lecito escludere il Sud dalla partecipazione attiva e costruttiva alla lotta resistenziale.Lo ha sostenuto con abbondanza di documentazione e serietà d’impegno anche lo studioso Mario Avagliano,autore del commovente articolo su Raffaele Zicconi,il siciliano di Sommatino in provincia di Caltanissetta assassinato barbaramente nell’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.Egli,dice lo storico,”amava la libertà e inseguiva il sogno di Icaro”(v.M.Avagliano,Raffaele Zicconi,l’Icaro siciliano che morì alle Fosse Ardeatine,in “Patria Indipendente”,n..7 del 24 luglio 2011).
Il Sud non può essere escluso dalla partecipazione alla lotta resistenziale per un’altra ragione,e cioè per il fatto di per sé evidente che molti militari meridionali sbandati dopo l’otto settembre 1943 costituirono al Nord diverse formazioni partigiane e alimentarono quella che abbiamo concepito tradizionalmente come “la” Resistenza.Lo ha riconosciuto per primo nell’immediato dopoguerra un letterato,il famoso umanista e docente Augusto Monti del Liceo Classico “Massimo d’Azeglio” di Torino in un suo intervento sul numero 4/1952 della rivista Rinascita titolato Il movimento della Resistenza e il Mezzogiorno d’Italia.Egli riteneva che le formazioni partigiane che operarono “sui monti che fan ghirlanda alla pianura del Po” furono almeno per un quaranta per cento costituite da uomini del Mezzogiorno.Questi uomini in realtà erano stati in buona parte militari che dopo l’8 settembre 1943,nella fase del cosiddetto sbandamento,abbandonarono la divisa e fecero la loro scelta resistenziale,anziché passare più facilmente all’esercito repubblicano di Salò che assicurava vitto, alloggio e soldi.In alcune città dell’Italia settentrionale in cui si coltiva più degnamente la memoria storica,le commemorazioni del 25 aprile vengono spesso utilizzate per ricordare i partigiani meridionali che hanno pagato con la vita la loro scelta.
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