Contributi filosofici

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Filosofia e Politica
Benedetto Croce,l’antifascismo e la filosofia come sapere storico.L’ingiusta defenestrazione di Croce-di Salvatore Ragonesi
Ringrazio il sociologo Carmelo Viola per la sua recensione,pubblicata il 18 novembre u.s. sul quotidiano di sinistra Rinascita,del mio più recente lavoro saggistico su Benedetto Croce,anche se egli parla(“Benedetto Croce e la biologia del sociale”)più di se stesso che della mia trattazione,e più della sua Biologia del sociale che dei meriti effettivi del filosofo napoletano,al quale ho dedicato un grandissimo impegno di studio e di analisi per cogliere puntualmente la linfa di quel pensiero che ne fece,come è largamente risaputo,l’interlocutore privilegiato di Antonio Gramsci in carcere.E ciò sarebbe bene non dimenticare mai,specie quando si vuol discutere di marxismo italiano in termini rigorosi e concludenti,poiché molti di noi ebbero la loro iniziazione marxiana proprio partendo dalla fonte crociano-gramsciana che venne subito tradotta in “storicismo” con l’aiuto teoretico del livornese Nicola Badaloni e del fiorentino Eugenio Garin,autori,il primo,di “Marxismo come storicismo”,Feltrinelli 1962 e,l’altro,delle “Cronache di filosofia italiana”,Laterza 1955,e della “Filosofia come sapere storico”,Laterza 1959,opere ripubblicate dallo stesso Laterza a più riprese e fino alla compianta scomparsa del grande Maestro dell’Umanesimo,che insegnò amabilmente,ma con fermezza,a non sottovalutare per nessuna ragione il significato dell’opera di Croce in rapporto a se stessa,a Gramsci ed alla storia della filosofia,del marxismo e della cultura italiana.
La cultura nazionale conserva un patrimonio prezioso,che è quello crociano,al quale attingere nei momenti di difficoltà o semplicemente rivolgere uno sguardo critico nei momenti di normalità, in quanto esso vive in tutte le stagioni della nostra esistenza ed è davvero una conquista definitiva soprattutto nel campo degli studi estetici,storici e metodologici,ed è una premessa inderogabile dell’azione politica per coloro che aspirano ad una egemonia proletaria capace di raccogliere tutti i frutti positivi di una tradizione seria e vigorosa.Anche a proposito di alcune questioni più scottanti come per esempio quella della lotta teorico-pratica al fascismo e al nazismo,ritengo che sia opportuno stabilire scrupolosamente la verità dei fatti.
Carmelo Viola dice giustamente che “bisogna dare a ciascuno il suo”e perciò,occorre aggiungere, pure al “poderoso e pesante Croce”,di cui è necessario riconoscere i giusti meriti e metterli in luce con probità intellettuale e senza ricorrere ai tradizionali pregiudizi scolastici che spesso e volentieri ne hanno fatto un alieno rispetto alla cultura antifascista e di sinistra.E tanto per cominciare bisogna dire che a Croce si deve la prima e netta contestazione sia dello Stato etico di marca gentiliana che del truce razzismo di marca nazista;e bisogna precisare che il suo antifascismo si delineò con chiarezza già nel 1925,l’anno in cui egli prese una definitiva e decisa posizione contro la dittatura scrivendo il famoso Manifesto degli Intellettuali Italiani Antifascisti in risposta al gentiliano Manifesto degli Intellettuali Fascisti,e continuò con la mirabile “Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928),con l’assai penetrante e sorprendente “Storia d’Europa nel secolo decimonono”(1932),che è un testo di densa tessitura etico-politica e di straordinario carattere libertario e resistenziale,e con la sublime ed inevitabile(per ogni studioso di questioni storiche)“La storia come pensiero e come azione”del 1938.Il “Perché non possiamo non dirci cristiani”del 1942 rimane un saggio notevole non solo per complessità,ma anche per profondità di visione intellettuale e per radicamento morale dell’attività storiografica di Croce,e ne alimenta la politicità oppositiva e resistenziale e l’intima attività teoretica nella seconda fase della sua vita e dei suoi studi.Ma bisogna intenderlo bene,quel saggio,al di là del titolo facile e orecchiabile che induce ad una falsa e banale interpretazione del suo contenuto.Nei miei saggi su Croce si trova,almeno lo spero per la fatica che vi ho prestato,una approfondita interpretazione di ciò che per lui significa Cristianesimo nella sua dimensione civile,morale e religiosa e nello spazio specifico della grande storia dell’umanità.
Non è possibile occultare,attenuare o svilire l’azione antifascista e resistenziale svolta da Croce in tempi non sospetti,quando essa era rischiosa e richiedeva coraggio,e tutti i grandi intellettuali in Italia ed in Europa stentavano a prendere coscienza e posizione di fronte ai gravi pericoli costituiti dal nazifascismo.Egli compì invece l’operazione intellettuale di svelamento della barbarie che era emersa con Mussolini dopo il delitto Matteotti e che si profilava con Hitler,e seppe combattere apertamente la sua battaglia culturale e politica prima di altri in Italia ed in Europa,e indicò la via della Resistenza come purificazione dal Maligno.Per lui,persino l’ambiguo “Discorso del Rettorato” tenuto da Martin Heidegger a Friburgo nella primavera del 1933 fu cosa stupida e servile e svelò la presenza,pure nell’alta cultura,di un male radicale,che solo la forza del divino avrebbe potuto estirpare:“Il Prof. Heidegger non vuole che la filosofia e la scienza siano altro,per i tedeschi,che un affare tedesco a vantaggio del popolo tedesco[…]Scrittore di generiche sottigliezze,arieggiante a un Proust cattedratico,egli che nei suoi libri non ha mai dato segno di prendere alcun interesse o di aver alcuna conoscenza della storia,dell’etica,della poesia,dell’arte,della concreta vita spirituale nelle sue varie forme…oggi si sprofonda di colpo nel gorgo del più falso storicismo,in quello che la storia nega,per il quale il moto della storia viene rozzamente e materialisticamente concepito come asserzione di etnicismi e di razzismi,come celebrazione delle gesta di lupi e volpi,leoni e sciacalli,assente l’unico e vero autore,l’umanità[…]E così si appresta o si offre a rendere servigi filosofico-politici:che è certamente un modo di prostituire la filosofia,senza con ciò recare nessun sussidio alla soda politica,e anzi,credo,neppure a quella non soda,che di codesto ibrido scolasticume non sa cosa farsi,reggendosi e operando per mezzo di altre forze,che le son proprie”(La Critica, 32,1934,p.69).E cita,traduce e condivide le parole assai impegnative tratte dal saggio di Karl Barth “Theologische Existenz heute”in cui il teologo manifesta la sua fedeltà a Dio,anziché al Terzo Reich di Hitler ed a qualsiasi altro padrone terreno:“Ben diverso atteggiamento è quello del teologo Karl Barth,che dice il fatto loro ai Deutschen Christen,ai tedesco-cristiani,pronti a gridare che la chiesa evangelica deve servire alla fortuna del popolo tedesco e del terzo Impero,a richiedere un capo,una sorta di papa,che fermamente li governi nella nuova vita cominciata con la primavera del 1933[…]Il Barth degnamente tutela l’indipendenza della teologia,mentre il prof. Heidegger si è affrettato a far getto di quella della filosofia”(ivi p.70).
Nessun filosofo,in Italia e forse neppure in Europa,osò dire apertamente nei tempi “giusti” quello che Benedetto Croce disse sul fascismo,sul nazismo e sugli intellettuali che direttamente o indirettamente li appoggiarono,e che non furono pochi.Da appassionato germanofilo,egli accusò aspramente la cultura tedesca di servilismo e collaborazionismo e respinse energicamente le teorizzazioni sul primato della stirpe tedesca:“Caro Signore,all’umanità importa l’uomo e non l’uomo tedesco,l’uomo e non l’animale o una nuova varietà di animale;e se nell’uomo persiste o di nuovo si forma l’animale,l’umanità dovrà lavorare a dissolverlo e risolverlo in sé.Le state apparecchiando dunque,voi tedeschi,una bella fatica aggiunta alle altre che ha già sulle braccia!E aspettate anche che noi vi presentiamo di ciò i nostri rallegramenti e vi esprimiamo la nostra ammirazione”(“Filosofia e storiografia nazionalsocialista,in La Critica,32,1934,p.308).E così in altri interventi apparsi sulla gloriosa rivista,dei quali purtroppo il Viola sembra voler rimuovere ogni cognizione,solo perché la scuola da lui frequentata non gli ha saputo fornire adeguati strumenti conoscitivi,mentre lo informava erroneamente dell’adesione di Croce al fascismo.E ciò rappresenta un vero peccato.
Mi dispiace che lo studioso Viola,tanto valido intellettualmente e criticamente,abbia tenacemente deciso di misconoscere persino il valore antifascista e resistenziale dello storicismo crociano,per il quale la libertà si coniuga con l’obbligo e la decisione della difesa della vita e della dignità individuale e nazionale,e non solo con l’uguaglianza materiale e la fraternità utopica,e che si sia voluto privare anzitempo di una risorsa culturale ricca e feconda,il cui valore è stato riconosciuto integralmente da moltissimi esponenti della sinistra togliattiana e da ultimo da Norberto Bobbio nel suo bel “Profilo ideologico del Novecento”,là dove indica opportunamente in Croce il “risvegliatore di coscienze contro la dittatura”,naturalmente a cominciare dalla svolta del 1925,nella nuova fase della sua esistenza, quando “fiorì la seconda e più ricca e rigogliosa stagione del lungo magistero di Benedetto Croce, che fu sostanza morale dell’antifascismo italiano,non tanto come restauratore dell’idealismo quanto come filosofo della libertà”.I punti di debolezza dello storicismo crociano esistono,certo,in sede teoretica e modestamente li ho evidenziati nel corso delle varie ricostruzioni storiografiche,e li ho individuati particolarmente nella critica non sempre appropriata e corretta del giusnaturalismo e nella riabilitazione talvolta eccessiva del machiavellismo politico sulla base della “distinzione” delle categorie e delle funzioni dello spirito.Ma si tratta più di lievi contraddizioni e di piccole cadute(generalmente corrette ed eliminate)che di grossi macigni irremovibili sulla strada dello storicismo,giacché Croce appartiene mentalmente al secolo dell’Enciclopedia come Kant e come lui è “figlio della terra” che guarda verso il cielo e di un razionalismo che non distrugge la storicità dell’esistere e la puntuale determinatezza del fatto storico.E come le vere categorie a-priori di Kant restano quelle della ragione teleologica,così le essenziali categorie crociane sono raccolte nell’idea a-priori dell’anima razionale come principio sintetico,regolativo e costitutivo di ogni attività.Ciò che Viola non riesce a comprendere pienamente perché incagliato nel criterio tutto a-posteriori dell’esperienza empirica,per la quale conta solo l’espressione biologica della vita,senza quelle “forme” che invece permettono ad ognuno di noi miseri mortali di organizzare e conoscere la vicenda storica e persino di renderla possibile sotto il profilo razionale ed epistemologico.Anche il processo estetico rientra nella produzione e nell’apprezzamento del bello proprio in virtù di un suo a-priori estetico che ne sorregge il giudizio e che nella sua validità oggettiva realizza e raggiunge una “convergenza” di visione e di gusto.
Un’ultima annotazione mi sembra necessaria a proposito dello storicismo di Croce,e cioè che negli anni in cui scrive la “Storia d’Europa”egli non respinge più,nemmeno per mera formalità o per puro spirito di polemica,il ricco e complesso movimento illuministico ed in particolare la grande corrente del giusnaturalismo,ed anzi li accoglie con grande favore e simpatia come potenze imprescindibili,e abbandona l’idea pragmatica della politica come pura forza e recupera l’essenza più intima di un illuminismo religioso e di una razionalità teleologica.Con Kant poi instaura un nuovo rapporto interpretativo e di vera simpatia intellettuale,che ne ristabilisce finalmente la difficile supremazia su Hegel per rigore, modernità,sensibilità e profondità;e in verità ciò si verifica proprio in relazione al bisogno di pervenire ad una visione più autentica e meno relativistica dello stesso storicismo dopo il tragico fallimento cui andava incontro quello tedesco dei Meineche e dei Troeltsch.
Lo storicismo di Croce,nella sua lunga e varia articolazione,a differenza di quello tedesco non cadde nel nazionalismo imperialistico,nemmeno nel momento più duro in cui si preparava la prima guerra mondiale,e mantenne sempre in modo più o meno esplicito un contatto con la visione critica del pensiero kantiano,e non rifiutò la lezione universale,libertaria ed umanitaria dell’illuminismo.La sua fonte primaria rimase certo Hegel,ma ciò non escluse mai una concezione plurale del mondo,delle ideologie e delle stesse fonti della storicità.Questa non poteva essere rinchiusa nella limitatezza di un popolo e di un mondo e non escludeva,per il nostro filosofo,altri popoli ed altri mondi dallo svolgimento complessivo della vita,che è libero sviluppo di una molteplicità di eventi,di idee e di possibilità.Pure la filosofia rientrava perciò,secondo lui,nella visione plurale del mondo ed era hegelianamente “il proprio tempo appreso con il pensiero”,che saldava in modo non disgiungibile la conoscenza soggettiva alla totalità del reale.E le idee e gli ideali rimanevano ed in effetti erano parte consustanziale del mondo che li partoriva.Di qui la formulazione dell’identità di storia e filosofia e la condanna della filosofia “pura” e del “puro” filosofo e la riconsiderazione dei compiti specifici della filosofia:“Non però veniva meno alla filosofia il proprio e particolare suo ufficio;sol che quest’ufficio non stava di sopra e distaccato dalla scienza e dalla vita,ma dentro di queste,strumento di scienza e di vita;il che espressi col dire che essa è il momento astratto della storiografia(della cosiddetta storia dell’uomo e della cosiddetta storia della natura”(“Il filosofo”,in La Critica, XXVIII,1930,p.240).Che sono parole illuminanti per chi vuol intendere davvero il modo di lavorare e di pensare del filosofo napoletano ed il vero senso di una concezione realistica della filosofia come sapere storico.
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