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Filosofia e Politica
Lo storicismo “assoluto” di Antonio Gramsci e gli attuali tentativi revisionistici - di Salvatore Ragonesi
L’articolo Gramsci il totalitario del sociologo Alessandro Orsini,pubblicato su Sette dello scorso 26 aprile,fa venire i brividi perché riaccende antichi furori ideologici e travolge la verità dei comportamenti,delle idee e degli scritti di Antonio Gramsci.Capisco che non è per nulla facile la ricostruzione del pensiero e dell’esistenza di un personaggio complesso vissuto in epoca difficile e complicata,ma il mutamento di giudizio sul medesimo non attende tempi migliori nella comunità scientifica quando non si è capaci di esplorare adeguatamente e prioritariamente tutti i dati e si usa soltanto il metodo più semplice e disinvolto di prendere alcune espressioni isolate e costruirvi una narrazione di comodo e,nel caso specifico,trasformare Gramsci in un teorizzatore e predicatore dell’intolleranza:“Il mio libro,frutto di un lavoro di scavo durato un decennio,contiene un’ampia documentazione a sostegno della tesi che Gramsci fu un teorico della pedagogia dell’intolleranza” (A. Orsini,“Gramsci il totalitario”, Sette del 26 aprile 2012,p.67).Il lavoro di scavo può durare un ventennio,ma se non si riesce ad usare una competenza filologica e ad esprimere una conoscenza completa del personaggio,della sua vita e del suo tempo per un approccio realistico e veritiero,allora gli anni trascorsi ad estrapolare diventano davvero improduttivi ed inconcludenti.E poi le fonti vanno usate tutte,quelle favorevoli alla propria tesi e quelle contrarie,e la documentazione deve seguire tutto il percorso esistenziale e intellettuale dall’adolescenza alla maturità,e non fermarsi a tratteggiare un solo momento del Gramsci giornalista dalla penna avvelenata. Insomma,prima di scrivere bisogna studiare e farsi un’idea soddisfacente dell’uomo oggetto dei propri interessi storiografici,degli avvenimenti storici e della circolazione filosofica del suo tempo.
Tutto ciò va detto se si vuole intendere seriamente la faticosa formazione del pensiero di Gramsci, dagli anni adolescenziali a quelli torinesi ed a quelli del carcere,e la lenta acquisizione del suo marxismo come storicismo a contatto soprattutto con gli scritti di Benedetto Croce e con la sua posizione antipositivistica che lo conduce gradualmente a leggere Marx in modo antideterministico ed antieconomicistico,ed a recuperare e valorizzare Sorel,Bergson,Hegel,Machiavelli,Labriola,De Sanctis,Gioberti,ecc.,più che Lenin ed il leninismo.In quest’ottica filosofica egli può affermare che il tradizionale atteggiamento passivo degli intellettuali riformisti in attesa di eventi cruciali dovuti al funzionamento del sistema capitalistico deve essere sostituito da una presa di coscienza attiva e da un intreccio dialettico dei fattori,di cui quello soggettivo sta in prima fila.Il suo marxismo matura così con lo studio sistematico,graduale e profondo della storia italiana e della filosofia moderna,e non nasce,tutto armato come Minerva,dalla testa di Marx e Lenin,ma conosce i dolori,le fatiche e le ambiguità di una gestazione spiritualistica,soreliana e idealistica.
Certo,è necessario ammettere onestamente che Gramsci non sfugge all’ambiguità della sua stessa originalità,cioè al fatto di per sé contraddittorio di lavorare su termini elaborati da altri(per esempio da Croce,Gentile o Hegel) e con ben altro significato,e di doverli trasferire in una sfera concettuale diversa con linguaggio del tutto funzionale a compiti naturalmente speculativi ma con valenza più immediatamente politica.Anche in carcere si verifica la medesima difficoltà durante il più sistematico lavoro di ricomposizione storiografica e filosofica che si annuncia con il progetto di una ricerca “per l’eternità” il 19 marzo 1927.Qui il pensatore sardo si dice assillato dal bisogno di fare qualcosa “per l’eternità”,cioè in modo meno interessato e più rigoroso,e perciò si dà un piano di studio e di lavoro che lo renda attivo pur nella segregazione carceraria imposta dal regime fascista.E non esita a prendere spunti positivi per questo lavoro da un filosofo “revisionista” come Benedetto Croce,che pone al centro delle proprie riflessioni sia pure criticamente:“Ho già accennato alla grande importanza che il Croce assegna alla sua attività teorica di revisionista e come,per sua stessa ammissione esplicita,tutto il suo lavorìo di pensatore in questi ultimi venti anni sia stato guidato dal fine di completare la revisione fino a farla diventare liquidazione.Come revisionista egli ha contribuito a suscitare la corrente della storia economico-giuridica…oggi ha dato forma letteraria a quella storia che egli chiama etico-politica,di cui la Storia d’Europa dovrebbe essere e diventare il paradigma.In che consiste l’innovazione portata da Croce,ha essa quel significato che egli le attribuisce e specialmente ha quel valore liquidatore che egli pretende?”(A.Gramsci,Lettera a Tania del 2 maggio 1932,in Lettere dal carcere,II,Editrice l’Unità 1988,p.110).Al di là del revisionismo crociano,Gramsci elabora dunque i propri concetti all’interno dell’apparato di Croce che gli fornisce tutti gli stimoli filosofici e tutte le sollecitazioni alla ricerca del nuovo ordine linguistico-concettuale,a cominciare dall’idea centrale dell’egemonia:“Si può dire concretamente che il Croce,nell’attività storico-politica,fa battere l’accento unicamente su quel momento che in politica si chiama dell’egemonia,del consenso,della direzione culturale,per distinguerlo dal momento della forza,della costrizione,dell’intervento legislativo e statale o poliziesco.In verità non si capisce perché il Croce creda alla capacità di questa sua impostazione della teoria della storia di liquidare definitivamente ogni filosofia della praxis”(ibidem).
Gramsci sa benissimo come e perché Croce,a differenza di Gentile,abbia cercato di “liquidare” una certa filosofia della praxis e abbia valorizzato del materialismo storico l’aspetto metodologico e critico-conoscitivo,quello con il quale si comprende la realtà storica(la vera ed unica scienza è la storia!) e non si indugia sulla volontà di rovesciamento violento della società borghese per instaurare il nuovo ordine proletario.Egli rinuncia perciò in Occidente alla guerra di movimento e si attesta più tranquillamente sulla guerra di posizione e nel 1932,al culmine di questa riflessione sulla filosofia di Croce,dice che in fondo il Croce ha trasformato giustamente la filosofia della praxis in linguaggio storicistico,“così la filosofia del Croce è in una misura notevolissima una ritraduzione in linguaggio speculativo dello storicismo realistico della filosofia della praxis...Occorre rifare per la concezione filosofica del Croce la stessa riduzione che i primi teorici della filosofia della praxis hanno fatto per la concezione hegeliana”(A.Gramsci,Quaderno 10,in Quaderni del Carcere, Einaudi 2001, p.1233).La verità è che Gramsci accetta di Croce soprattutto la teoria e metodologia della storia e la coincidenza di storiografia e filosofia.I 29 Quaderni regolari ed i 4 speciali di traduzione dell’edizione critica pubblicata da Einaudi a cura dello studioso marxista Valentino Gerratana costituiscono il prodotto più elaborato e maturo di tale convergenza.
Nel percorso non sempre lineare dei Quaderni Gramsci ritrova alla fine se stesso apparentemente in contrasto con le proprie intime convinzioni,ma in realtà in linea con le sue più autentiche intenzioni e aspirazioni maturate già prima che entrasse in carcere e ovviamente rese più solide durante la detenzione carceraria.Anche nel documento che può considerarsi il suo testamento politico,quello contenuto nel Rapporto di Athos Lisa,nel quale sfidando tutti i dogmi della Terza Internazionale egli insiste sulla necessità di obiettivi politici intermedi e sull’Assemblea Costituente nella lotta comune contro il fascismo,si nota l’abbandono del “rovesciamento” rivoluzionario e della filosofia della praxis di marca marx-leninista.E patisce cocenti tormenti per la comunicazione di questa posizione ai suoi compagni e va incontro al proprio definitivo isolamento nell’isolamento carcerario.Non per nulla adesso è la riflessione intorno alla undicesima Tesi su Feuerbach ad occupare un posto decisivo nel suo itinerario filosofico.Egli traduce e ritraduce nei suoi Quaderni complementari la Tesi marxiana e ne deduce che la praxis non può “soppiantare” la teoria e che l’attività pratica di trasformazione del mondo non può rinnegare lo strumento fondamentale della teoreticità,che rimane(e deve rimanere)al suo posto a combattere la sua battaglia per la continua comprensione ed interpretazione del mondo.Se mai,crocianamente,si può affermare l’identità di storia e filosofia,e la filosofia non può essere semplice sovrastruttura destinata a scomparire nella trasformazione del mondo,ma espressione di egemonia,strumento del consenso e della direzione intellettuale e morale:“Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo”(Quaderno 19,in Quaderni,cit. p.2010).
L’attuale dibattito sul pensiero e la vita di Gramsci favorisce la permanenza almeno delle Lettere e dei Quaderni nelle biblioteche in un momento in cui sembra perdersi ogni capacità di lettura dei nostri classici.E queste sono indiscutibilmente delle opere classiche che,al di sopra di ogni rapporto con la storia assai marginale del partito comunista, contrassegnano un capitolo importante della storia della filosofia e della cultura in Italia,in Europa.e nel mondo.Bisogna essere grati in fondo a quelli come Orsini che ci permettono di far valere la classicità delle opere gramsciane,nonostante i loro attacchi feroci,irrazionali e sconsiderati.La classicità di un Autore impone sempre una seria reinterpretazione dei suoi testi,e ciò ne favorisce la rilettura e la circolazione con nuovi significati e rinnovate prospettive culturali.
Certo è che lo storicismo gramsciano,da qualche studioso considerato un tempo come un residuo di provincialismo filosofico,riappare oggi arricchito di nuove implicazioni e sfumature o ripulito dei tanti elementi di strumentalismo politicistico.Una interpretazione più adeguata ora non può non passare dalla critica a Marx là dove sembra voler distruggere il processo della storicità nella credenza della illusorietà delle sovrastrutture.In questo senso allora lo storicismo gramsciano si presenta fornito della strumentazione necessaria a comprendere la totalità del blocco storico,che è caratterizzato a sua volta dalla dialetticità di strutture e sovrastrutture,di pensiero ed azione,di filosofia e storiografia,di etica e politica,di giuridico ed economico.La filosofia della praxis solo all’interno di tale blocco storico si trasforma in materialismo storico-dialettico e in storicismo assoluto.Così avviene il recupero,con una certa forzatura,del Marx della Prefazione a Per la critica dell’economia politica del 1857,dove l’economico non assume il ruolo tradizionale di protagonista esclusivo,ma entra in relazione dialettica con tutti gli altri fattori ideologici,e questi non recitano semplicemente la parte dell’effimero sovrastrutturale collocato in condizioni miserevoli di estrema marginalità non suscettibile di vera considerazione storica..
Gramsci ritrova dunque il “suo” Marx con il quale può affermare il carattere conoscitivo delle ideologie e pervenire con tutto il blocco di strutture e sovrastrutture al suo storicismo assoluto,che è l’unità tra la natura e lo spirito,”unità di opposti e di distinti”.Insomma lo storicismo gramsciano è una visione che ingloba e trascina tutti gli elementi in una dialettica dei distinti e degli opposti e in una unità di teoria e praxis in cui si verifica il recupero dello spazio conoscitivo del politico come risultato finale della totalità dei due mondi del pensiero e dell’azione:“Si giunge così anche all’uguaglianza o equazione tra filosofia e politica,tra pensiero e azione,cioè ad una filosofia della praxis.Tutto è politica,anche la filosofia o le filosofie(confronta nota sul carattere delle ideologie) e la sola filosofia è la storia in atto,cioè è la vita stessa.In questo senso si può interpretare la tesi del proletariato tedesco erede della filosofia classica tedesca-e si può affermare che la teorizzazione e la realizzazione dell’egemonia fatta da Ilici è stata anche un grande avvenimento metafisico” (Quaderno 7,in Quaderni,cit. p.886). L’omaggio finale a Lenin non deve fuorviare.Qui tutto si gioca in casa ed il rapporto preminente è con Benedetto Croce,dal quale Gramsci ricava volentieri la versione non dogmatica,non economicistica e non pragmatica del materialismo storico,ovvero l’interpretazione dinamica e non deterministica e unilaterale del nesso tra struttura economica e sovrastrutture ideologiche e giuridiche.E queste non sono puri riflessi dei rapporti materiali di produzione,il “Dio nascosto” che produce e regola ogni processo sociale,intellettuale e politico, bensì fattori indispensabili e costitutivi della storicità.

Salvatore Ragonesi
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