Eventi Culturali
Mimmo Centonze e Matera, tra follia e pathos religioso
il giorno 2012-09-15 ,alle ore 00:00 a MATERA

MIMMO CENTONZE E MATERA TRA FOLLIA E PATHOS RELIGIOSO



Matera, uno scenario di confine, ai confini del mondo della razionalità quotidiana di un mondo nel quale la tecnocrazia ha preso il sopravvento. Un luogo dove il confine lo si percepisce come limite da oltrepassare per lasciarsi andare al vento della dimensione onirica. Che altro resta all’uomo se non il sogno da vivere nella realtà? Matera è una città di luce, dove il bagliore acceca. Matera è anche una città d’ombra, dove la povertà della ragione umana, inadeguata a contemplare direttamente il fuoco luminoso, cerca rifugio nelle cavità del tufo. Quale città poteva essere più adatta per qualcosa come un Museo dedicato al tema della follìa?

Forse nessuna terra meglio di Matera poteva accogliere nel suo grembo la manìa , il furore dell’uomo accecato dagli dèi o dalla sventura. Un luogo che sconvolge, dal quale non si torna a casa così come si era venuti. Da questa terra veniamo abbracciati, da questa terra veniamo sconvolti, da questa terra sorge la forza della poesia per poter guardare dentro il dolore in una sorta di dolce naufragio..

Il nome della città sembra evocare la Madre che tutti ci ha accolto in grembo e nella quale tutti torniamo. In effetti a Matera si percepisce il dialogo tra la vita e la morte come una danza compiuta, come un tutto perfetto. I morti sembrano convivere con i vivi, all’interno degli splendenti sassi parlano ancora le anime impresse nelle umide macchie come vestigia di uomini divini.

Il vento che ci lambisce sulle alture della rupe ci porta gli echi dei folli. Le grida di sofferenza di chi “gettato” in questo mondo , di questo mondo non ha spiegazione. E allora forse tutti siamo un po’ folli, tutti siamo gettati nella follia di un mondo che ci chiama alla polvere così come alla luce, di un mondo che ci chiama al buio così come alla pietra.

Mimmo è un grande interprete della profondità della vita; e ne è interprete che sa coglierne anche la leggerezza, la felicità che si può accendere.

Egli nel collocarsi sul confine, indica la via, si lascia trasportare dal colore, accetta il dolore su di sé e lo trasferisce nell’opera in modo da lasciarlo scivolare con soavità. Così come il dolore che resta impresso nelle pietre di Matera, ci raccoglie in una sensazione mistica di fiaba, dove la vita è anche del colore dolce del sogno. C’è durezza, la durezza della pietra, c’è anche tenerezza per le cose del

mondo che decadono, ma restano come proiettate nel colore forte e nel tratto sicuro di Mimmo Centonze.

Nel Museo della Follia voluto dal genio di Vittorio Sgarbi, viene narrato il dramma, l’emozione agghiacciante di quelle vite di uomini reietti, abbandonati a loro stessi, ai loro deliri, alle tinte violacee e plumbee del loro tempo privo di riscatto. Forse proprio il non sense è la cosa più terribile per l’uomo, ma forse è proprio nei suoi interstizi che si annida la possibilità di cogliere il destino delle ombre che dialogano con la luce.

Mimmo Centonze ha assunto su di sé questa narrazione con una naturalezza che rende il suo gesto potente proprio perché scorre nella linfa della vita.



Finestra di Manicomio



Nell’opera “Finestra di Manicomio”, Mimmo dona un messaggio del quale forse non siamo immediatamente consapevoli appena ci poniamo davanti all’opera. Il pittore rappresenta la luce come una liberazione irraggiungibile dal malato che è rinchiuso e non può più avere accesso spesso neppure alla propria dignità. Egli si dibatte, gratta con le unghie quella luce che non può vivere, cerca di forzare i confini di quelle sbarre che impediscono la catarsi.

Le opere di altri artisti collocate nel Museo della Follia raccontano sofferenze, atrocità, incubi, quest’opera di Mimmo, senza offrire nessuna via di fuga o facile soluzione, ci porta tuttavia dentro il problema in modo assolutamente cristiano. In effetti se nel cristianesimo domina il tema della compassione, della condivisione delle sofferenze, del prendersi carico delle croci altrui, ciò avviene con levità grazie alla potenza della fede. Così chi contempla il quadro in cui Mimmo dà voce alla sofferenza, si trova a condividerne il destino accompagnato dalla “grazia” del colore. Chi contempla quest’opera condivide la follia con il malato e si accorge come in “m’illumino d’immenso” che il malato è lui medesimo. Infatti chi si pone dietro alle sbarre di questo quadro se non lo spettatore? Vi è molto di profondo, nel non voler oggettivare nulla, assunto che l’esperienza della follia sia in oggettivabile per quanto la medicina si sforzi di farne catalogazioni. E allora se non è oggettivabile è soggetto e in questo

Mimmo è stato di un geniale intuito non voluto con l’argomentare della ragione che lo avrebbe reso quasi “forzatura” , ma con il fluire spontaneo che sente le cose e le guarda dall’interno con grande spirito conoscitivo e grandissima umiltà teoretica.



Conversione



Questa scultura in alluminio è come una sorta di “Sindone” , di traccia contemporanea che ci fa capire, dopo un attimo di attenzione, che là c’era una sofferenza. Una presenza di un corpo grave che si è fatto levità, che ha lasciato dietro di sé una luce folle e ha incoronato questa gioiosa assenza con i residui di un mondo. Un mondo che è ciò che resta, vestigia, ma anche scarto così come sono scarto i materiali che giacciono spossati a terra nel soggetto caro a Centonze dei “Capannoni”. E tuttavia uno scarto che non arriva alla connotazione negativa del rifiuto perché è sempre in qualche modo oggetto del mondo dove l’uomo abita e lavora. E l’uomo per quanto immerso nel crogiuolo della sofferenza della propria follia, lascia un senso sugli oggetti che frequenta. Lascia un odore, lascia una traccia, che nell’arte si fa permanenza. Anche qui Centonze collegandosi al tema dei “Capannoni” vuole forse dirci che la follia è il lavoro, quando esso è alienazione. Quando si vive per lavorare, piuttosto che lavorare per vivere, quando si sacrifica ogni anelito spirituale e onirico dell’uomo in nome del materialismo e di una tecnocrazia ad oltranza.



Prigione



In quest’opera si può percepire il purgatorio, lo sconvolgimento sofferente di un’anima imprigionata nella sua follia… le tinte forti del rosso scuro all’interno ci richiamano quasi al senso di un tramonto della vita, di una fine dell’uomo che sta per consumarsi come una supernova. I materiali giacciono a terra, diventati inutili, eppure dalle sbarre una luce entra con potenza che sembra segnare una speranza Ma qui si consuma il dramma dell’angoscia del non poter volare verso la luce. Un’opera che ci lancia su di una corda tesa tra inferno e purgatorio, senza lasciarci mai l’illusione della salvezza.



Il Folle



Il folle è come uno specchio.

Ognuno può specchiarsi nel volto dell’assenza di volto.

Nella negazione dell’identità non sembra esservi spazio qua per trionfi dionisiaci. Mimmo non ci richiama certo ad una follia che è la mania delle Menadi, delle Baccanti che annullano le distanze per fondersi con la natura. Nulla di tutto questo; la follia è un male che rode e corrode, come una malattia del corpo e dell’anima. La follia nella quale noi ci troviamo a specchiarci in quest’opera è male e orrore.

Purtroppo tuttavia esiste e l’artista ne soffre nel rappresentarla come su uno specchio universale. Il mondo ha in se il germe dell’insania, ma anche l’insania ha forse la sua dignità.

Vi è rispetto ancora una volta per chi soffre e condivisione, nella consapevolezza che chi soffre non è solo questo o quello, ma è un po’ ognuno di noi con il proprio carico esistenziale. Forse vi è anche un monito all’uomo di fronte ad un’ eugenetica fuori controllo che vorrebbe assumere il controllo della creazione. Siamo polvere, siamo nulla, siamo corrosione. Eppure siamo in grado di elevare tutto ciò alla luce dell’arte, all’ombra del sacro che permea la vita.



Francesco Corsi


 
 
 
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