Recensioni
AVVENIRE - Gilson e Del Noce, in divergente accordo - DI ANDREA GALLI
Data:   31-05-2008
Carteggi
Le lettere inedite tra il grande storico francese della filosofia medievale e il pensatore italiano, indagatore della secolarizzazione
Una volta era compito degli amanuensi salvare testi preziosi minacciati dalla scomparsa, oggi tocca alle fotocopiatrici. Perché se Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale all`Università di Perugia, non avesse fotocopiato nel 1990 le quattordici lettere di un inedito carteggio tra Etienne Gilson e Augusto del Noce (dodici missive del primo, solo una del secondo) fra il 1964 e il 1969, oggi sarebbe andato perso un tassello prezioso per ricostruire il rapporto fra i due. Visto che nel frattempo, fra spostamenti di fondi e archivi, dieci di quelle lettere hanno preso misteriosamente il volo e a oggi ne restano soltanto tre presso il Centro Studi Augusto Del Noce di Savignano (Cn). Il frutto di quel fortuito, o previdente, salvataggio (con tanto di riproduzione anastatica, per chi avesse magari dubbi sull`autenticità del materiale) viene ora presentato per la prima volta in Caro collega ed amico, edizioni Cantagalli, con un impeccabile prefazione e un apparato di note a opera dello stesso Borghesi. L`incontro tra uno dei più grandi storici della filosofia medievale del secolo scorso, Gilson, e l`intellettuale che fu indagatore inquieto della se- colarizzazione contemporanea, Del Noce, nonché punto di riferimento in Italia per un mondo deciso a resistere all`ubriacatura progressista della contestazione studentesca ed ecclesiale, avvenne a Venezia nel 1964, quando entrambi furono invitati dalla Fondazione Cini di Venezia per un convegno su Arte e cultura nella civiltà contemporanea. Gilson protagonista con un intervento sull`«industrializzazione della musica», Del Noce, subito dopo di lui, con una relazione su Al momento ateistico del surrealismo». Il filosofo italiano, che aveva 54 anni e solo da un anno aveva ottenuto la docenza di Filosofia morale all`Università di Trieste, dopo quell`approccio cercò di sottoporre al giudizio dell`illustrissimo collega uno degli esiti più importanti della sua riflessione: l`interpretazione di Cartesio. Com`è noto, Del Noce vedeva nel pensatore seicentesco un problema e una chance per la speculazione moderna: problema perché Cartesio, con il suo cogito ergo sum, rappresentava l`inizio di una linea immanentista che avrebbe raggiunto con Hegel, Marx e Gentile il suo aboutissement; chance perché, allo stesso tempo, in lui si poteva scorgere il punto germinale di un altro filone, quello ontologista, che passando per Malebranche, Gerdil, Gioberti e Rosmini avrebbe dimostrato la possibile conciliazione fra metafisica/cristianesimo e modernità. Gilson, pur colpito dai dotti "scavi" e dalla prospettiva originale dell`amico italiano, non lo segue nella sua lettura cartesiana. Apparentemente, almeno. Perché come fa notare con finezza Borghesi, in un testo postumo, L`ateismo difficile, che esce in Italia nel 1983, lo storico della filosofia opera una stupefacente, per quanto parziale, apertura all`ontologismo, forse derivata proprio dall`analisi delle posizioni delnociane. Tra i due la sintonia sembra invece piena per quanto riguarda il giudizio su due autori comeTeilhard de Chardin e Blondel. Sul primo, soprattutto, Gilson è durissimo. Se già in un carteggio con Henri de Lubac scriveva che la «teologia di Teilhard è una gnosi cristiana e come tutte le gnosi da Marcione fino ai nostri giorni è una fantateologia», con Del Noce ribadiva lo sconcerto per gli scritti del gesuita paleontologo: «Ciò è profondamente incomprensibile ai miei occhi. Questo mi riconduce alla questione che mi assilla: fu [Teilhard] un semplice incoerente, o fu il più dissimulato, il più sornione degli eresiarchi, chiaramente cosciente di quello che faceva e risoluto a far marcire la Chiesa dall`interno, restando in essa? Naturalmente, ciò che io chiamo far marcire la Chiesa era per lui rinnovarla: era procedere a una riforma a paragone della quale, come dice lui stesso, quella che la dottrina del Verbo opera nel II secolo della nostra era apparirebbe superficiale». MaTeilhard non fu l`unico cruccio del Gilson, che soffrì particolarmente- facendo sentire la sua voce, per altro - in quegli anni di sbandamenti teologici e di giacobinismi intraecclesiali. Fino a quando, dopo aver fatto esperienza di non poche amarezze e incomprensioni, ricevette uno speciale omaggio da Paolo VI, che in una lettera autografa del 1975 lo volle personalmente ringraziare: «Lei ha lavorato con lealtà per la Chiesa, rendendole uno dei servizi più eminenti che la sua pastorale del pensiero richieda. Ha dato testimonianza a suo favore. Ha sofferto, e soffre con essa, per ciò che la sfigura». Massimo Borghesi (a cura di) CARO COLLEGA ED AMICO Lettere di Étienne Gilson ad Augusto Del Noce
 
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