Recensioni
Avvenire - SCIENZA o ATEISMO TRAVESTITO? - di CAMILLO RUINI
Data:   06-06-2008
Allargare gli spazi, o gli orizzonti, della razionalità è un obiettivo centrale e decisivo dell`opera teologica e del Pontificato di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Per questa via egli cerca anzitutto un nuovo accordo della ragione e della libertà con il cristianesimo, ma intende anche venire in aiuto alla ragione umana, nella fase attuale del suo sviluppo storico. L'allargamento degli orizzonti della razionalità viene proposto in primo luogo rispetto alla tendenza a limitare la ragione a ciò che è sperimentabile e calcolabile: così nella celebre lezione di Ratisbona, ma anche e più ampiamente in opere come Fede Verità Tolleranza. Il Cristianesimo e le Religioni del mondo e come L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture , edite da Cantagalli rispettivamente nel 2003 e nel 2005. Un altro importante terreno di applicazione è quello della conoscenza storica, in opposizione al ricorso esclusivo al metodo storico-critico: particolarmente significativa in proposito è la «Premessa» al libro Gesù di Nazaret.
Quanto sia giustificata questa sollecitudine del Pontefice emerge con evidenza perfino eccessiva da un grande numero di pubblicazioni e, direi, dall`atteggiamento prevalente nella cultura degli ultimi decenni. Mi limito ad alcuni riferimenti. Il primo riguarda una nota pubblicata da Massimo Piattelli Palmarini sul Corriere della Sera del 23 maggio scorso. In essa Piattelli Palmarini risponde a una dura critica mossagli, sempre sul Corriere, dal Presidente della Società italiana di biologia evoluzionistica, Giorgio Bertorelle. Nel replicare, Piattelli Palmarini sottolinea come egli ed altri
«eminenti evoluzionisti americani, inglesi e tedeschi» siano «tutti biologi con credenziali scientifiche inattaccabili, tutti perfettamente materialisti, tutti indefettibilmente tesi allo sviluppo di una teoria dell`evoluzione biologica naturalistica». Questo discorso lascia chiaramente intendere che per avere credenziali scientifiche inattaccabili
occorra essere perfettamente materialisti e indefettibilmente naturalisti.
Il secondo riferimento è assai diverso e riguarda un ampio articolo pubblicato su L`Osservatore Romano del 23-24 maggio scorso dal matematico Giorgio Israel, con il titolo La realtà ridotta a calcoli matematici e probabilistici. Ma l`uomo non è un dado. Israel cita il grande matematico AugustinLouis Cauchy che nel 1821 scriveva: «occorre convincersi che esistono verità diverse dall`algebra, realtà diverse dagli oggetti sensibili. Coltiviamo con ardore le scienze matematiche, ma senza volerle ostentare al di là del loro dominio; e non illudiamoci che si possa affrontare la storia con delle formule, né sanzionare la morale con dei teoremi o con il calcolo integrale». Israel aggiunge che questa era l`opinione prevalente nel mondo scientifico dell`Ottocento, che aveva superato il materialismo settecentesco. Nel Novecento invece si è progressivamente affermata «la concezione detta naturalismo che ha come programma la riduzione di ogni aspetto della realtà a processi naturali, ovvero materiali, e che quindi altro non è che una forma di materialismo, seppure declinata talora nella versione blanda del "materialismo metodologico", secondo cui non importa chiedersi se tutto sia riducibile a fatti materiali ma conviene ragionare come se così fosse. Oggi predomina - sempre a giudizio di Israel - una versione forte del naturalismo: un materialismo metafisico che attribuisce alla scienza il compito di mostrare che ogni aspetto della realtà consiste di processi materiali».
La valutazione che Giorgio Israel dà di questo atteggiamento è assai severa. Egli ritiene infatti che tutto ciò abbia ben poco a che fare con la scienza come è stata intesa per qualche secolo, denoti in molti biologi «frivolezza filosofica» e sia gravato da vari equivoci e petizioni di principio. L`unico modo sensato per difendere l`onore della scienza in quanto attività conoscitiva è dunque difenderla dai tentativi di ridurla a un`impresa di propaganda del materialismo e
dell`ateismo. Ho citato ampiamente questo articolo di Giorgio Israel perché mi ritrovo cordialmente in esso e sono lieto che considerazioni e preoccupazioni di questo genere non siano soltanto di un vecchio insegnante di filosofia e teologia come me, ma di chi possiede rigorose credenziali scientifiche.
Un terzo e ultimo riferimento riguarda non degli uomini di scienza ma un assai importante filosofo come Jurgen Habermas, molto aperto a un`alleanza tra la ragione illuminata, ossia «la coscienza rischiarata della modernità», e la «coscienza teologica delle religioni mondiali». Per cogliere meglio il senso nel quale Habermas propone una tale alleanza è però rivelatore un suo articolo pubblicato parzialmente su Il Sole 24 Ore del 18 febbraio 2007 con il titolo «Alleati contro i disfattisti». In questo articolo Habermas critica il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, contestandogli di respingere gli argomenti della ragione secolare moderna contro cui la sintesi di metafisica greca e fede biblica ha finito per infrangersi: perciò il discorso di Ratisbona avrebbe preso «una piega sorprendentemente antimoderna».
In un mio intervento del 2 marzo 2007 (pubblicato in Chiesa del nostro tempo, III, ed. Piemme, pp. 472-482) rispondevo tra l`altro ad Habermas che in realtà Benedetto XVI è sostanzialmente più aperto dello stesso Habermas e della «ragione secolare» di cui egli si pone come interprete. Mentre infatti tale ragione accetta come «ragionevole» soltanto ciò che si mostra traducibile nei suoi discorsi, J. Ratzinger-Benedetto XVI sul piano filosofico non pone il Dio creatore intelligente dell`universo come l`oggetto di una dimostrazione apodittica, ma piuttosto come «l`ipotesi migliore», che per essere accolta esige da parte dell`uomo e della sua ragione «di rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell`ascolto umile» (L`Europa di Benedetto, cit., pp. 5960; 115-124).
Confido che questi tre esempi valgano a mostrare quanto attuale e decisiva sia l`impresa di allargare gli orizzonti della razionalità. Que- sta impresa fa parte certamente del mandato del teologo, come emerge dalle parole con cui Benedetto XVI conclude il discorso di Ratisbona: «Il coraggio di aprirsi all`ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza - è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica entra nella disputa del tempo presente». Ma la medesima impresa è anche ed essenzialmente compito della filosofia, che per sua natura riflette sul
rapporto della ragione umana con la totalità dell`essere, e al contempo sul soggetto umano in quanto soggetto.
Le scienze, nel senso moderno e contemporaneo del termine, si autoescludono invece da questo tipo di riflessione in virtù del loro stesso statuto epistemologico. E però la filosofia, e anche la teologia, non possono porsi credibilmente l`obiettivo di allargare gli spazi della razionalità se non si impegnano in un dialogo approfondito con le
scienze, oltre che con le religioni, l`antropologia e la società. Valgono qui le parole pronunciate da Giovanni Paolo II all`Università di Bologna il 18 aprile 1982: «Poiché la ragione può cogliere l`unità che lega il mondo e la verità alla loro origine solo all`interno di modi parziali di conoscenza, ogni singola scienza - compresa la filosofia e la teologia - rimane un tentativo limitato che può cogliere l`unità complessa della verità unicamente nella diversità, vale a dire all`interno di un intreccio di saperi aperti e complementari».
«Tutto ciò ha poco a che fare con la scienza come è stata intesa per qualche secolo, denota in molti biologi "frivolezza filosofica" ed è gravato da vari equivoci»

 
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