Recensioni
LA SFIDA DELLA VITA - Francesco Corsi
Data:   17-06-2008
LA VERA STORIA DELLA PILLOLA ABORTIVA RU 486 di Davide Cavoni e Dario Sacchini (Edizioni Cantagalli) nasce per svelare maggiori retroscena riguardo alle storie e agli intrecci intorno a questo farmaco.

“In Italia, con l’eccezione dei quotidiani Il Foglio e Avvenire, era ed è impossibile far arrivare all’opinione pubblica un’informazione corretta e articolata sull’RU 486. “

Romano Guardini aveva sottolineato i pericoli derivanti da una concezione per cui “l’uomo è diventato incline a trattare i suoi simili come cose che cadono sotto la categoria dell’utilità”. In tutte le legislazioni la tutela della vita umana rappresenta il coronamento della proibizione di trattare l’uomo come “cosa”.

Molti insistono sul fatto che la donna ha il diritto di disporre del proprio corpo, ma ci si dimentica che il nascituro, anche se si sviluppa nel corpo della madre non coincide col corpo della madre, ma ha la propria dignità esistenziale indipendente.
All’aspetto etico si aggiunge quello sanitario: Il farmaco ha una scarsa tollerabilità sotto il profilo fisico e clinico; vengono attestate da numerosi studi “emorragie, gravidanze non risolte, morti da shock settico e, nel migliore dei casi, il tonfo sordo dell’embrione nello scarico igienico dopo giorni di attesa” quindi più che il tempo “di una liberazione” sembra si parli di “un tempo di morte e basta”.

Dobbiamo porci il problema, anche alla luce dei vari scandali della sanità, che la medicina non si comporti in modo meccanicistico considerando il paziente come materiale di lavoro, ma lo consideri innanzitutto come una persona.
Come si può parlare di “terapia”, quando l’obiettivo del farmaco non è la cura da una malattia, ma il porre fine ad una vita umana? Forse che la vita è da considerarsi malattia?
E ancora, come si può usare questo farmaco per abortire la vita in “sperimentazione”, quando la sperimentazione dovrebbe essere riservata ai casi estremi, nei quali l’alternativa è la morte?

Ma c’è anche un aspetto politico e sociale: forse siamo di fronte a lobbies pro aborto che concedendo l’aborto “fai da te” casalingo, sottraendolo alla sfera medica e statale, desiderano edulcorare il messaggio, in modo che la persona che usa la RU 486 non pensi che sta distruggendo una vita. L’aborto verrebbe quindi svincolato da una responsabilità sociale e morale in nome della privacy.

Bisogna riflettere su cosa voglia dire rivoluzionare il rapporto tra sessualità e procreazione. Un’assolutizzazione della libertà porta alla violazione della libertà dell’altro, ad esempio quella del nascituro e porta in seno l’idea del controllo totale della popolazione.
Uno scenario che sembra evocare le tinte di Aldous Huxley in “Ritorno al mondo nuovo”.
Solo “L’urlo” di Munch può ricordare il silenzio degli innocenti che non vedranno mai il mondo.

“L’aborto è una ferita talmente grave inferta alla moderna cultura dei diritti umani, specialmente quando è proposto come “conquista di civiltà” o, addirittura, “diritto fondamentale”, che se per un verso non è con sentita alcuna rassegnazione, per altro verso esige una capacità di riflessione di stile positivo e persuasivo per tutti” sostiene l’On.Carlo Casini nella prefazione al libro sulla vita del Prof. Lejeune “LA VITA È UNA SFIDA ” scritto dalla figlia, Clara Lejeune.

“Il piccolo d’uomo è un uomo piccolo”. Dice il Professor Lejeune raccontando di quel Pollicino che è stato ognuno di noi.

Le sue riflessioni non nascono da considerazioni astratte, moralistiche o ideologiche; ma nasce accanto ad un “mongoloide” allora considerato vittima di un ’ignominiosa malattia ereditaria. Studia sodo per amore perché vuole aiutarlo a guarire e a essere considerato con la giusta dignità.

A soli 38 anni ottiene a Parigi la cattedra di Genetica e nel 1959 scopre la causa della trisomia 21, cioè del mongolismo e ne seguono ancora altre.
Nel 1958 viene nominato esperto francese presso il Comitato scientifico delle Nazioni Unite sulle radiazioni atomiche; nel 1962 è nominato esperto di genetica umana dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Ma dal 1972 si apre il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto in Francia e Lejeune prende chiara e ferma posizione in favore del suo “Pollicino”. A questo punto ha inizio la sua emarginazione dal contesto scientifico.
A New York, nella sede dell’ONU, si parla di aborto e Lejeune nel suo solitario intervento sostiene che un ’istituzione per la salute non deve trasformar si in un ’istituzione di morte.

La figlia Clara scrive: «Egli era diventato un appestato. Aveva commesso un delitto di opinione».
Non sono mancati i riconoscimenti edlla Chiesa Cattolica, tanto che il Papa Giovanni Paolo II lo nominò Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ma la comunità scientifica lo emarginò e gli negò il Nobel che avrebbe dovuto conseguire per l’entità delle sue scoperte.

Egli fu turbato tutta la vita dal paradosso generato dalla sua scoperta: egli che aveva scoperto la trisomia 21 per aiutare i “mongoloidi” assiste al tentativo di molti medici di sopprimerne la vita anzitempo in virtù della diagnosi prenatale.
“un ricercatore dal l’anima di poeta.. animato da una formidabile speranza”, “una forza tranquilla”, un uomo dalla fede cristiana semplice e profonda.


Un altro testo dedicato a questa grande figura IL PROFESSOR LEJEUNE, FONDATORE DELLA GENETICA MODERNA, (a cura di Jean-Marie Le Méné) racconta l’impegno motivato dalla volontà di guarire chi soffre, piuttosto che conseguire onori in congressi internazionali e inseguire il denaro.
Nella difesa della vita anche di quanti possono nascere affetti da malattie, si pone il nucleo essenziale della questione antropologica: «a meno di non voler ristabilire la schiavitù, non c’è una terza categoria, a mezza strada tra l’uomo, protetto dalla legge, e il re sto di cui si può disporre a piacimento»

«Et verbum caro factum est».
La genetica spiega scientificamente perché ogni figlio che inizia la sua esistenza è parola di amore di Dio.
La qualità di una civiltà si misura in base al rispetto per i più deboli, quindi alla considerazione dei malati come persone aventi diritto alla vita e non persone di “serie B” .

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In fondo al libro abbiamo il momento più commovente: vediamo la figura di Giovanni Paolo II inginocchiato, in preghiera, sulla tomba del Professor Lejeune, suo “fratello Jerôme” circondato solo dai familiari dello scienziato.
In quei giorni i giornali francesi annunciavano, sbagliando, la scristianizzazione della Francia critica verso un Papa avvertito lontano dalla scienza, dalla cultura e dal costume della modernità.
Durante le esequie del Professore in Notre Dame, Bruno, un malato di trisomia 21, afferra il microfono e dice con sentimento: “Grazie, mio caro professore Lejeune, di quello che hai fatto per mio padre e mia madre. Grazie a te sono fiero di me. La tua morte mi ha guarito” Bruno era il bambino il cui esame dei cromosomi aveva permesso trentacinque anni prima di scoprire la trisomia 21.

Così Bruno ci ha ricondotto all’inizio dell’impegno per la vita del giovane Lejeune e alle prime pagine del libro. Un medico che fugge le strategie utilitaristiche volendo dedicarsi ai deboli, ai più piccoli che non hanno voce per farsi sentire, ai suoi “Pollicino”.
 
 
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