Recensioni
Le biblioteche parlamentari. Funzione politica e politiche culturali.- di Antonio Casu
Data:   21-09-2009
Conferenza svoltasi presso Polo bibliotecario parlamentare. Fonte sito http://www.preifla2009.parlamento.it/

1. Premessa

Care colleghe, cari colleghi,
la tradizionale pre-conferenza dedicata alle biblioteche parlamentari costituisce un’occasione di primaria importanza per affrontare le principali tematiche di nostro interesse. Ed è anche una rara occasione di incontro e di confronto per le realtà bibliotecarie più rilevanti.
Ritengo pertanto opportuno, prima di entrare nel vivo del dibattito, tentare di introdurre i temi specifici che saranno trattati in questi tre giorni, ed al contempo di fornire spunti che auspico possano venire raccolti e sviluppati, procedendo ad un sintetico inquadramento di quanto di comune vi è tra le biblioteche in generale e le biblioteche parlamentari – funzioni, caratteri e finalità – e quanto invece vi è di specifico nelle biblioteche parlamentari.
Infatti, se da una parte le biblioteche parlamentari sono biblioteche a tutti gli effetti, d’altra parte non si può trascurare la loro tipicità e specificità. Inoltre, dall’ esame dei tratti comuni e di quelli distintivi delle biblioteche parlamentari rispetto a quelle generali, si può tentare di individuare le rispettive linee di tendenza, le prospettive e le sfide che oggi si delineano nel panorama mondiale.
In conclusione del mio intervento introduttivo, accennerò all’esperienza del polo bibliotecario parlamentare, che sarà poi analizzato dai miei colleghi delle biblioteche della Camera e del Senato, e al valore delle sue politiche culturali.


2. Funzioni e caratteri comuni delle biblioteche

2.1. La funzione storica della biblioteca. Fin dalla più remota antichità, gli uomini hanno avvertito l'esigenza di conservare e tramandare la conoscenza. Di individuare un mezzo che consentisse la sopravvivenza delle acquisizioni intellettuali o sensibili oltre il limite dell'esistenza individuale o dell’esperienza di gruppo. E dunque, più in generale, di garantire la continuità tra la vita precedente e quella successiva. Oswald Spengler descrive in questo modo l’insopprimibile esigenza dell’uomo faustiano di concepire la propria esistenza come tramite consapevole di una vita che gli viene da lontano e gli sopravviverà. Questa esigenza, tuttavia, non può essere limitata all’uomo faustiano, il contemporaneo, perché appartiene all’uomo di ogni tempo.
Le forme e i modi con i quali si è cercato di soddisfare questa esigenza sono stati eminentemente culturali, e mutevoli, in dipendenza del contesto storico e degli strumenti disponibili, i quali sono stati insieme presupposto e conseguenza del tentativo di realizzare questo fine.
Il primo stadio di questo processo è stato probabilmente la tradizione orale, basata sull’utilizzo del peculiare strumento di comunicazione della specie, il linguaggio. In ogni caso, la trasmissione orale della conoscenza ha rivelato nel tempo la sua indole effimera, non poteva riuscire di per sé a salvaguardare il primato dell'uomo sugli elementi, sulla precarietà dell'esistenza.
Servivano mezzi, cioè supporti, più durevoli. E’ relativamente importante che si sia trattato delle tavolette di argilla delle prime raccolte mesopotamiche, dei papiri vergati dagli egizi, dei rotoli di cuoio presso gli ebrei oppure delle tavole di legno e poi dei rotoli di seta utilizzati dai cinesi. E ancora, in un tempo più vicino a noi, dal terzo al dodicesimo secolo dopo Cristo, che fosse la pergamena, o quindi la carta e i libri stampati.
Ciò che si è imposto nel tempo é il bisogno di conservare, sistematizzare e confrontare il sapere, un bisogno che impone l'individuazione di strumenti adeguati.
La Biblioteca è uno di essi. Noi non conosciamo l'origine della biblioteca. Essa è probabilmente, come la ruota, il risultato non di un’intuizione individuale, ma della sedimentazione collettiva di esperienze, di invenzioni come di fallimenti.
A considerazioni in qualche misura analoghe perviene Iosif Brodskij, nel suo discorso per il premio Nobel 1987 per la letteratura: “Nella storia della nostra specie, nella storia dell’homo sapiens – scrive - il libro è un fenomeno antropologico analogo in sostanza all’invenzione della ruota”.
Non conosciamo neppure quale sia stata la prima biblioteca della storia, il punto di partenza. Il succedersi dei rinvenimenti archeologici anticipa di continuo l'epoca di questo gradino della nostra evoluzione. Ma forse conoscere l'origine della biblioteca non ci servirebbe ad illuminarne la funzione storica.
Possiamo presumere che conservare la conoscenza e tramandarla alle generazioni successive abbia assolto almeno due profonde necessità: consolidare le acquisizioni del consorzio umano e mantenerne la memoria, affinché ciò che si era conosciuto non si disperdesse.

2.2. Le funzioni politiche: codificazione e memoria, confronto e comunicazione. La biblioteca espleta dunque due funzioni essenziali della società: la codificazione e la memoria. In ciò, rivela la sua indole di “mezzo”, inteso nella duplice accezione di strumento per il perseguimento di un fine e di collegamento o raccordo tra due concetti o situazioni.
Per questo, la biblioteca è strumento primario della costituzione dell'identità di un popolo e della sua trasmissione nel tempo. Non vi è civiltà che non abbia affidato ad una biblioteca la sua aspirazione al riconoscimento universale della sua grandezza. Non a caso, le prime raccolte che hanno contrastato l'oblio che ha avvolto i loro fondatori, restituendo luce alle loro vicende storiche, sono costituite da norme regolatrici dei loro rapporti economici, giuridici, politici.
La sua funzione, tuttavia, non può risolversi nella protezione del dato acquisito, nella sua diffusione interna al corpo sociale.
Possiamo considerare la biblioteca anche come un mezzo privilegiato del confronto e della comunicazione. E’ mezzo, anche in questo caso, in duplice senso. Lo è innanzitutto da un punto di vista sincronico. In quanto strumento per conseguire questo risultato, ed anche in quanto sede della mediazione culturale nel quale il confronto si sviluppa. Ma lo è anche da un punto di vista diacronico. E’ infatti il medio tra passato e presente, tra presente e futuro. Non agisce solo all'interno di una comunità, la mette in relazione con altre, non necessariamente ad essa contemporanee. Senza confronti, senza possibilità di relazione, la biblioteca isterilisce e declina, come la conoscenza.
La biblioteca svolge dunque, nella storia, una funzione eminentemente politica: è l’espressione di un potere costituito. Nella codificazione della conoscenza che in essa e per essa si manifesta, c’è il segno di un rapporto di forza che trova un equilibrio in un dato momento storico.
In una certa misura, ha carattere normativo, o quantomeno riflette il carattere normativo dell’assetto politico che in essa si rispecchia. E il carattere normativo presuppone necessariamente quello formativo, legato alla trasmissione del sapere, alla funzione educativa derivata. Essa è la sede della trasmissione “codificata” del sapere.
La biblioteca è dunque un mezzo, non un luogo, come l’evoluzione del libro stampato in quello digitale ha ampiamente dimostrato, miniaturizzando le antiche mura in evanescenti confini di silicio e delocalizzando gli archivi negli angoli più sperduti del pianeta. Anzi, la biblioteca è un non-luogo. E’ un archetipo.
E’ ricorrendo a questa chiave interpretativa che possiamo pienamente intendere la visione di Borges, quando contempla La Biblioteca di Babele (1941).
In quanto archetipo, la Biblioteca può essere finalmente intesa come “illimitata e periodica”. In quanto archetipo, la sua organizzazione diviene ad un tempo, in un meccanismo di rinvii dall’universale al particolare e viceversa, icona dell’architettura dell’universo (“la Biblioteca esiste ab aeterno”) ma anche rappresentazione del destino dell’uomo, “questo imperfetto Bibliotecario”, e dell’irripetibilità dell’esperienza umana (“non vi sono, nella vasta Biblioteca, due libri identici”). In quanto archetipo, lo assale il “sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.” In quanto archetipo, la Biblioteca gli restituisce la speranza che l’universo del quale essa è immagine (“non può che essere l’opera di un dio”) sia strutturato in un disordine apparente che rivela un ordine insospettato (“l’Ordine”). “Questa elegante speranza – con queste rivelatrici parole conclude il suo scritto - rallegra la mia solitudine”.
Da un altro punto di vista, la biblioteca è una forma organizzata di tutela del linguaggio, della comunicazione umana nella sua codificazione politico-normativa.
In qualche misura, la biblioteca è una sede del linguaggio, ne ha accompagnato il cammino, dall'inarticolato stupore del principio fino alla confusione delle lingue, di cui la torre di Babele esprime l'angoscia della disperazione, del fallimento. E, con la responsabilità che compete al linguaggio, accompagna, fotografandola, l’evoluzione sociale. “La filosofia dello Stato, la sua etica – per non dire della sua estetica – sono sempre ‘ieri’. – intuisce ancora Brodskij - La lingua e la letteratura sono sempre ‘oggi’, e spesso (specialmente nel caso in cui un sistema politico sia ortodosso) possono addirittura costituire il ‘domani’”.

2.3. La funzione di mediazione culturale e i suoi rischi: radicalizzazione identitaria, trasmissione selettiva, tentazione auto-referenziale. Conservazione e trasmissione della conoscenza, consolidamento e riconoscimento identitario della comunità politica sembrano dunque i tratti essenziali del codice genetico della biblioteca. Ma non solo questi. Un altro connotato è l’aspetto relazionale.
Introducendo un saggio del 1929, Una biblioteca della letteratura universale, Hermann Hesse, quasi in una sorta di breve ricapitolazione anticipata del suo pensiero, enuncia che la cultura è un processo permanente di riscoperta delle ragioni dell’esistenza, rivolto sia all’interno di sé. Hesse osserva che “la vera cultura non è quella che mira ad un dato scopo, ma, come ogni ricerca della perfezione, ha il suo significato in se stessa”, e più oltre che “essa ci aiuta piuttosto a dare un senso alla nostra vita”. Questa ricerca si compie sia all’interno della nostra dimensione personale sia all’esterno, aprendosi all’interazione con gli altri e perfino con la natura. Per Hesse, “è un fortificante e benefico allargamento della nostra coscienza, un arricchirsi delle nostre potenzialità di vita e di gioia.” Ed ancora “non si ferma in nessun luogo, è un procedere nell’infinito, un vibrare all’unisono nell’universo, un vivere con esso fuori del tempo.”
In sostanza, non solo un procedere-avanti, ma anche un procedere-oltre.
Eppure, la natura binaria dell'esistenza umana, la dicotomia tra individualismo e solidarismo, l'opposizione fra il principio di esclusione e quello di inclusione dell'altro, come segnano la conoscenza, così permeano anche l'uso e le finalità dei suoi strumenti, inclusa la biblioteca.
La vocazione alla mediazione culturale della biblioteca, che presuppone interesse nei confronti del deposito culturale altrui e disponibilità all’arricchimento reciproco, e che inevitabilmente accetta il rischio della reciproca contaminazione, non può che affievolire di fronte al prevalere di princìpi assoluti e auto-referenziali, che rifiutano la logica dello scambio e predeterminano la latitudine e l’orientamento del sapere e della comunicazione.
L'indice dei libri proibiti, i roghi dei libri, la censura preventiva o successiva sono espressioni cicliche della volontà, o meglio del tentativo, di arginare la funzione catartica della conoscenza, che non si realizza tanto in ragione del suo contenuto, che è perenne ricerca ed approssimazione alla verità, quanto del confronto, e quindi della mutua comprensione, che determina fra gli uomini.
Tuttavia, questo illusorio quanto effimero confinamento del sapere non gradito nel perimetro del “Cimitero dei Libri Dimenticati”, immaginato da Ruiz Zàfon nel suo libro L’ombra del vento, finisce spesso per determinare il sacrificio necessario, l’olocausto sacrificale per la sua preservazione e trasmissione ai beneficiari predestinati, così realizzando, in una nemesi inattesa, la propria missione storica. Il carnefice che diffonde il seme del vinto.
In modo non dissimile, la convinzione che la conoscenza debba essere riservata ad alcuni, la cui individuazione è sempre relativa e strumentale, tende a relegare gli altri, gli esclusi, nelle tenebre della storia, in una condizione servile e precaria.
La biblioteca, infatti, nel partecipare alla fondazione dell’identità politica di un popolo, e perfino alla codificazione della sua lingua, si espone al rischio della radicalizzazione dell’identità così fondata e codificata. Non può non condividere il percorso dell’assetto politico che l’ha generata, che in essa si rispecchia. E’ proprio la sua intrinseca valenza normativa a mettere a repentaglio, in situazioni di crisi, la sua vocazione alla trasmissione del sapere.
Al contrario, ogni cultura aperta, e perfino ogni biblioteca aperta, dischiusa al vasto orizzonte degli orientamenti culturali politici religiosi, sterilizza i residui di oscurantismo, spesso paludato di moderna erudizione o peggio di superiorità intellettuale, recide le radici gnostiche di un pensiero resistente, e spesso recondito, che tende a tramandare la conoscenza, e tutte le sue potenzialità, solo a coloro che – per determinazione di altri - debbono, o possono, esserne resi partecipi.
Non si pensi che quei tempi siano lontani. I problemi e i conflitti di ieri si ripresentano ciclicamente nel presente storico in forme adeguate a sostenerne le motivazioni.
Oggi, nel tempo della globalizzazione, che offre le maggiori potenzialità della storia alla diffusione della conoscenza, il contrasto più efficace a questa formidabile opportunità è costituito non solo dalla limitatezza delle capacità oggettive di accesso agli strumenti di apprendimento e comunicazione (nel caso della rete, il digital divide), ma soprattutto - anticipando il conflitto a monte del processo di apprendimento - dall’impoverimento delle stesse capacità recettive dei potenziali fruitori, dallo svuotamento dei sistemi di formazione. Così anestetizzando e fuorviando i bisogni primari delle giovani generazioni.
Da questa riflessione ne scaturisce un’altra. Quando l’uomo scambia il mezzo per il fine, quando si accontenta di un risultato provvisorio, accetta il suo personale oblio. Non può più raggiungere la meta. Quando Odisseo accetta la bevanda che gli viene offerta da Circe, perde la coscienza di sé e, con la memoria, la possibilità di ritornare alla sua famiglia e alla sua casa, il suo massimo desiderio.
La conoscenza ripiegata su se stessa, tronfia delle sue conquiste, appagata dal riconoscimento sociale, timorosa dell’altrui giudizio, fallisce la sua stessa ragione d’essere. Le motivazioni che inducono l’uomo a desistere sono naturalmente molte, come le debolezze umane. Ma una, in particolare, attecchisce in biblioteca. L’orgoglio del sapere. Innamorarsi della conoscenza come se si trattasse della verità. La biblioteca, come allegoria della conoscenza, diviene allora non un portale aperto, ma una prigione di cui il prigioniero non vede le mura. Egli pensa di essere libero, ma è schiavo.
La conoscenza non è dunque minacciata solo dal tentativo di riservarla a pochi e selezionati iniziati, ma anche, e forse di più, dalla sua stessa tentazione auto-referenziale. Allora, nuove poderose mura virtuali si ergono in sostituzione di quelle fisiche, superate dalla sua proiezione esterna, anche grazie alla rete, verso i potenziali fruitori.



3. Funzioni e caratteri specifici delle biblioteche parlamentari

3.1. La funzione politica: la rappresentazione del processo democratico. Se la biblioteca si configura come un archetipo dell’insopprimibile esigenza umana a raccogliere classificare custodire e tramandare la conoscenza, costituendo il “giusto medio” del confronto necessario tra persone, gruppi e culture differenti, e tra epoche diverse, qual è il ruolo della biblioteca del Parlamento?
Svolge la stessa funzione seppure in un ambito particolare, perché riferita ad una platea più ristretta ed omogenea di soggetti determinati, ovvero la peculiarità del servizio che è tenuta a rendere e dei soggetti che ne costituiscono i fruitori ne differenzia sia pure parzialmente la natura?
In realtà, ritenere che le incontestabili specificità della biblioteca del Parlamento ne modifichino il genoma, benché contenga singoli elementi di verità, condurrebbe a conseguenze assurde.
Al contrario, la biblioteca del Parlamento non può che essere intesa come una species del genus bibliotheca. Di tutte le specie, tuttavia, è quella più aderente al paradigma politico della collettività di riferimento. E ciò vale a maggior ragione per lo Stato retto da una forma di governo parlamentare.
Abbiamo già osservato come la biblioteca costituisca di per sé non solo una risposta al problema umano della conservazione e trasmissione del sapere, ma anche una forma altamente specializzata della codificazione dell’identità e perfino del linguaggio di una comunità politica. Ebbene, tali funzioni sono svolte al massimo livello dalle biblioteche del Parlamento. Si pensi ad esempio alle raccolte degli atti parlamentari.
Rispetto alle altre, infatti, le biblioteche parlamentari condividono la ragione ultima del parlamentarismo: la ri-associazione tra rappresentanti e rappresentati.
Se il potere esecutivo, in costanza di rapporto fiduciario, è già in sé (almeno potenzialmente) la sede dell’omogeneità dell’indirizzo politico, il potere legislativo è per contro la sede dell’eterogeneità delle posizioni politiche, che con le elezioni trovano rappresentanza e proprio nel Parlamento trovano la sede necessaria del confronto e del contemperamento. Un confronto sia interno, tra le forze rappresentate in Parlamento, sia esterno, tra elettori ed eletti, in una dialettica che richiede la massima trasparenza e apertura.
Conseguentemente, nelle biblioteche parlamentari la funzione politica del consolidamento e della trasmissione della conoscenza presente nelle biblioteche presuppone un rafforzamento della vocazione alla relazione, al confronto. Questa considerazione reca in sé un importante corollario: in qualche modo, infatti, anche la biblioteca parlamentare, come il Parlamento, non può non essere una casa di vetro.
Sul piano teorico nessuna voce oserebbe levarsi apertamente in senso contrario. Tuttavia, come del resto nel caso dei parlamenti, non è alla teoria che si deve guardare, ma alla pratica, alla gestione concreta e quotidiana delle biblioteche parlamentari.
Questo compito è svolto, nelle biblioteche parlamentari, in modi molto differenti tra loro. Le singole esperienze dipendono dalla configurazione, dall’evoluzione storica e dalle caratteristiche del modello di regime parlamentare presente nelle varie realtà nazionali.
In estrema sintesi, si rinvengono almeno quattro grandi categorie di biblioteche parlamentari. Vi sono biblioteche la cui funzione è di supportare in via esclusiva le esigenze di informazione e ricerca dei Parlamenti nazionali. Ve ne sono altre che sono parzialmente aperte, che rendono cioè disponibile solo una parte dei propri servizi, oppure che sono aperte ad utenti selezionati, cioè a categorie predeterminate di utenti. Altre ancora sono integralmente aperte al pubblico esterno, al quale offrono l’intera gamma dei relativi servizi. Alcune biblioteche, infine, assommano a queste ultime caratteristiche quella di rivestire il ruolo di biblioteche nazionali centrali.
Tutte, sia pure con forme e modalità diverse, supportando le istituzioni rappresentative, partecipano del processo democratico. Rafforzando la consapevolezza dei Parlamenti, la loro autonomia decisionale nei confronti delle fonti governative di informazione e documentazione, contribuiscono ad alimentare e sostenere la funzione di supplenza che le istituzioni, correttamente percepite come rappresentative dell’intera comunità nazionale, svolgono talvolta nei confronti della politica, e dei partiti, quando essi sono invece percepiti come rappresentativi degli interessi di una parte della collettività.

3.2. Generalità e specializzazione. Per queste ragioni, l’importanza di una biblioteca parlamentare non si qualifica tanto per il possesso di volumi antichi e preziosi, che pure ne accrescono il prestigio, quanto per la sua concreta aderenza alle necessità informative e documentali del corpo politico.
La sua utenza essenziale, dunque, non deve essere necessariamente costituita da specialisti, a meno che per specialisti si intendano i singoli parlamentari forniti di determinate competenze o che seguono in modo sistematico determinate materie.
Con una certa approssimazione, potremmo definire le biblioteche parlamentari, anche quelle che svolgono la funzione di biblioteche nazionali centrali dei rispettivi paesi, come biblioteche generali specializzate, perché tendono ad avere la massima copertura delle materie più prossime alla decisione politica.
L’apertura al pubblico esterno non snatura questa vocazione primaria, non ne modifica le caratteristiche essenziali, ma richiede di aggiungere un fattore: la capacità di orientare il suo patrimonio e le sue attività nella stessa direzione del parlamentarismo. In tal caso, conseguentemente, poiché il compito del legislatore è di dare risposte alle esigenze della comunità, l’importanza di una biblioteca parlamentare si qualifica anche per la sua capacità di intercettare le esigenze della popolazione, della gente comune.
Per le stesse ragioni, la principale motivazione che secoli addietro portò al sorgere del parlamentarismo, la necessità cioè di trovare forme politiche di rappresentanza dei diritti e degli interessi dei cittadini, e quindi di favorire la ri-associazione tra governanti e governati, verrebbe compromessa se la gestione del principale deposito culturale di supporto delle istituzioni parlamentari venisse di fatto privatizzata.
Al contrario le biblioteche parlamentari, per la loro organica prossimità alla sede della decisione politica, possono svolgere un’opera potente a vantaggio della riappropriazione della conoscenza da parte dei cittadini, avvicinando al contempo i cittadini allo Stato.

3.3. L’orizzonte del processo di digitalizzazione. Certo non possono essere le biblioteche, e neppure quelle parlamentari, a superare il digital divide, tuttavia non si può sottovalutare il significato positivo della presenza in rete delle biblioteche, che vede impegnate in prima linea quelle parlamentari, che consente la fruibilità di informazioni, documentazione e servizi direttamente da casa o dall’ufficio (si pensi ad esempio al reference a distanza), e che comporta l’abbattimento dei costi di trasferimento e di spedizione, e, ad un livello più ampio, l’interazione e la collaborazione tra le strutture preposte alla ricerca e alla documentazione.
Anzi, il reale significato del processo di digitalizzazione non può essere ridotto allo spazio, peraltro cospicuo, che le biblioteche parlamentari possono ritagliarsi nell’erogazione di servizi ai cittadini. Vi è di più.
Le biblioteche parlamentari, spesso più attrezzate delle altre ad utilizzare il progresso tecnologico, possono svolgere un ruolo guida nel processo di smaterializzazione delle biblioteche, che rappresenta la nuova frontiera dell’accesso alla conoscenza, e che ritengo sia destinato a diventare la forma permanente e diffusa del processo sequenziale di raccolta, custodia, classificazione e trasmissione della conoscenza.
Si comincia così a intravedere all’orizzonte la conclusione del lungo e glorioso ciclo storico delle biblioteche cartacee, al termine del quale sembra riproporsi una forma di comunicazione immateriale analoga a quella che per un tempo indefinito è stata, come si è ricordato, la tradizione orale.


4. Le biblioteche parlamentari italiane

4.1. Il progetto del polo bibliotecario parlamentare italiano.
Nell’opera di supporto dei Parlamenti, e perfino nella diffusione dei valori del parlamentarismo, le biblioteche parlamentari possono svolgere un ruolo peculiare anche nel campo delle politiche culturali.
Per inquadrare il nesso che lega le politiche culturali all’essenza stessa delle biblioteche parlamentari, ritengo opportuno, in questa sede, partire dall’esperienza che ha portato alla creazione, in Italia, del Polo bibliotecario parlamentare.
Dal 1988 al 2003, infatti, per la prima volta, le due biblioteche parlamentari sono state portate fuori dalle sedi che ospitano i rispettivi Parlamenti. In precedenza, fin dal 1848, le due Biblioteche parlamentari italiane avevano condiviso le proprie sedi con i rispettivi Parlamenti, situati sempre nei centri storici delle capitali, ed erano anzi collocate nelle adiacenze delle rispettive Assemblee. Così era stato a Torino, a Firenze, a Roma. Inoltre, la decisione di cambiare sede, pur restando sempre nel centro storico, è stata accompagnata da quella di aprirle al pubblico esterno, prima con alcune limitazioni e poi integralmente.
La scelta operata circa venti anni fa, che rispondeva anche alla oggettiva necessità di acquisire nuovi spazi alle collezioni librarie ormai imponenti, non aveva tuttavia soltanto motivazioni di ordine pratico. Era piuttosto la realizzazione di un disegno antico, che intendeva dare risalto e spessore al collegamento tra istituzioni rappresentative e società civile.
Una scelta, espressa in modo chiaro e lungimirante nelle dichiarazioni dei Presidenti pro tempore delle due Camere, Giovanni Spadolini e Nilde Iotti, ancora più significativa perché maturata nei primi anni Ottanta, anni difficili, i cosiddetti “anni di piombo”, nei quali l’Italia e la stessa Europa erano scosse dal terrorismo politico. Tale scelta rivestì dunque un rilevante significato politico, improntato alla riaffermazione del carattere aperto e partecipativo della democrazia rappresentativa.
La valenza politica della scelta trova riscontro anche nell’individuazione della nuova sede delle biblioteche parlamentari, due attigue porzioni dell’ex convento domenicano di santa Maria sopra Minerva.
La contiguità fisica degli spazi delle due biblioteche, e la loro organizzazione similare, ancorché non identica, ha poi consentito di pervenire ad una fase ulteriore, quella attuale, che ha visto l’avvio del Polo bibliotecario parlamentare, indubbiamente una rilevante novità nell’ambito bibliotecario nazionale ed internazionale.
Il 12 febbraio 2007, infatti, in seguito alla sottoscrizione di un apposito protocollo d’intesa tra le amministrazioni parlamentari della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, le due biblioteche, pur restando distinte tra loro, hanno costituito uno spazio di libera circolazione degli utenti e dei volumi, ed avviato un processo di integrazione ed omologazione dei servizi. Un processo tuttora in atto.

4.2. Le politiche culturali. La valenza politica di quella scelta ne rivela una seconda, eminentemente culturale, che ha portato le due biblioteche parlamentari - originariamente minori rispetto alle grandi biblioteche, soprattutto religiose, sedimentate nei secoli - ad acquisire nel corso del Novecento un ruolo sempre più rilevante, sia sul versante degli strumenti utilizzati, spesso all’avanguardia, sia su quello dello sviluppo delle collezioni sia infine sul versante delle discipline.
Non casuale, infatti, è stata la scelta del luogo. Le biblioteche parlamentari sono state trasferite, e aperte alla consultazione dei cittadini, nel cuore del centro storico di Roma, e per di più in un’area del Campo Marzio che fin dall’antichità è stata tra le più dense di storia. Un’area caratterizzata da una vocazione culturale che è riuscita a mantenere una singolare continuità da duemila anni a questa parte, stabilendo una sua centralità nella sedimentazione, sulla memoria e le rovine di un’estesa area di culto dedicata alle divinità romane, della vicenda storica dell’Ordine domenicano e, per suo tramite, della Chiesa cattolica, e da ultimo, dopo il 1870, dello Stato unitario. Una vocazione rafforzata dalla nascita nella stessa area, fin dal 1308, dell’università La Sapienza, e di alcune tra le biblioteche più importanti.
Una simile scelta, dunque, non costituiva solo il superamento della contraddizione insita nell’accesso ad un ingente patrimonio bibliotecario parlamentare da parte di una ristretta platea di utenti, ma poneva anche, oggettivamente, la premessa per una interazione con il sistema delle biblioteche universitarie dell’area romana e con quello delle antiche biblioteche di conservazione, preconizzando la nascita di un polo culturale ad un tempo autorevole e moderno.
Un polo culturale capace di offrire ai cittadini italiani non solo ricche collezioni librarie, ma anche rilevanti servizi informativi, qualificati eventi culturali e perfino la disponibilità di spazi da utilizzare per iniziative promosse ed organizzate da soggetti esterni al Parlamento.
In definitiva, si tratta non già di due differenti motivazioni, quella politica e quella culturale, ma di due aspetti della stessa scelta tra loro indissolubilmente correlati. Una scelta, dunque, squisitamente politica, a favore di una visibile centralità parlamentare, che richiama consapevolmente una concezione alta della democrazia rappresentativa. Ed anche una scelta di comunicazione istituzionale, che tende a rappresentare ai cittadini un modello di servizio pubblico efficiente e gratuito, e costituisce pertanto una risposta al vento antiparlamentare che periodicamente attraversa la società civile.
Del processo che si è sommariamente descritto, l’esempio più pregnante è stato, a mio avviso, la creazione di un percorso culturale unitario, denominato “Insula sapientiae”, che a partire dal 29 settembre 2007 ha impegnato le istituzioni che attualmente risiedono nell’antica insula dominicana, e cioè le due Biblioteche parlamentari, il convento domenicano della Minerva, e la Biblioteca Casanatense.


5. L’isola della Sapienza.

La recente iniziativa culturale denominata “Insula sapientiae” ci suggerisce infatti un’ulteriore prospettiva di analisi. L’iniziativa, il cui appellativo deriva da un antico toponimo dei luoghi nei quali si svolge, ripristina l’unitarietà dell’antica insula dominicana, il vasto complesso edilizio dove si è stratificata nei secoli la casa generalizia dell’Ordine dei domenicani, smembrato dopo le requisizioni conseguenti alla caduta dello Stato pontificio e all’annessione di Roma al Regno d’Italia.
Dopo vari avvicendamenti, gli attuali beneficiari di vaste porzioni di quello straordinario patrimonio storico ed architettonico - teatro di vicende di primaria importanza nella storia d’Italia e del mondo, tra le quali forse le più note sono le fasi finali del processo a Galileo – sono in gran parte biblioteche.
Oltre alla Biblioteca Casanatense, l’antica biblioteca dell’Ordine divenuta statale, ed alla Biblioteca del Beato Angelico, annessa al Convento domenicano di santa Maria sopra Minerva (riammesso ad una porzione di quel complesso dopo il Concordato del 1929), lungimiranti intuizioni politiche vi hanno condotto anche le due biblioteche parlamentari: la Biblioteca della Camera dei deputati e quella del Senato della Repubblica. In totale, quasi due milioni e mezzo di volumi, di cui molti antichi e rari.
Con il consenso delle parti, e nel segno di una collaborazione invero non usuale, tale percorso culturale è stato restituito al pubblico mediante periodiche visite guidate .
Fin qui, un’iniziativa meritevole, come tante altre. Ma guardiamo più in profondità.
Il percorso è reso possibile dalla riapertura delle porte di collegamento tra edifici e corpi di fabbrica chiuse per le ingiurie del tempo, e di cui si erano financo perse le chiavi.
Questo è il primo segno. Il segno di una volontà di ricomporre i frammenti di una storia che antiche e moderne divisioni, nella fattispecie considerata quelle tra Stato e Chiesa, mantenevano separata, e di farlo senza perdere i connotati delle reciproche differenze. Di cooperare senza confondersi, dunque, ma anche di mantenersi distinti senza ignorarsi o demonizzarsi.
Inoltre, la riapertura dei percorsi interni ha determinato anche un secondo ripristino, quello del verso originario di accesso ai luoghi. Come per la caduta del Muro di Berlino la ricostituita capitale tedesca ha potuto restituire senso e prospettiva alle strade interrotte o deviate, così la concordata soppressione di muri virtuali ma non meno resistenti ha portato ad un capovolgimento di prospettiva nell’accessibilità e nella fruibilità dei luoghi dell’antica insula, che oggi finalmente rivelano la loro logica intrinseca, originaria.
E questo è il secondo segno. Restituire ai fatti della storia il loro nome proprio. Ri-legittimare le ragioni degli altri. Vivere la differenza come opportunità di arricchimento e di crescita anche personale.
Stabilire un argine, ed anzi promuovere un’inversione di tendenza, rispetto alla persistente resistenza, tanto nell’esperienza storica quanto in quella individuale, di un’ incontenibile volontà di cancellare ciò che non si riesce a superare, che oscilla tra il miraggio della definitività, sempre illusoria, della damnatio memoriae e l’appropriazione di ciò che appartiene all’altro, le sue idee, le sue potenzialità, la sua stessa memoria.
Un atteggiamento, quest’ultimo, che in realtà configura, da un certo punto di vista, la residua forma di antropofagia concessa dalla società contemporanea, e che rivela, senza volerlo, proprio ciò che tende ad occultare: una insicurezza di fondo, una profonda e inquietante mancanza di fondamenta interiori, che cerca un’impossibile quanto continua rassicurazione nella soppressione o nello screditamento di modelli alternativi, di confronti possibili.
Ecco, in definitiva, anche questo è un campo aperto per una biblioteca parlamentare, in Italia come altrove: l’uso consapevole della politica culturale per coniugare la rappresentanza con la memoria condivisa della storia comune, in ultima analisi per rafforzare le radici della democrazia.
 
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