Recensioni
Mimmo Centonze pittore metafisico - Di Francesco Corsi
Data:   30-08-2012
Lo sforzo dell’artista che abbia veramente qualcosa da dire al proprio secolo lascia una traccia nel modo di interpretare e di leggere le cose del mondo.

Molti artisti contemporanei si sono avventurati sul confine del nulla, dove si prova un brivido mistico : il segno che dice il minimo a volte può scatenare un grande rumore, proprio perché conduce negli angoli del silenzio dove finalmente, oberati e satolli del pieno, possiamo percepire l’essere gravido del caos senza patirne, protetti dalla contemplazione. Quasi che sfiniti dalle forme che ci perseguitano, oberati dalla violenza del colore che ci affligge sui mille monitor e sui mille spot, cercassimo un requiem nella minimale rappresentazione. Ecco il taglio sulla tela di Fontana che sembra dirci che dopo la quiete della tela intonsa possiamo intravedere un di là che apre nuovi significati. Tale traccia di segni minimali sembra indicare una logica di confine nel quale è dolce sussistere, godendo della purezza di una forma innaturale, meramente cerebrale, di un cerebralismo che specula oltre il reale.

L’artista sembrerebbe attratto dalla possibilità di dichiarare il proprio distacco rispetto ad un mondo che si è sbriciolato in mille frammenti psico dinamici. Vi è una sorta di anelito ad un al di là, che tuttavia non viene colto nel rimanere su di una logica di confine. Un tentativo di superamento dell’arte stessa che tanto fa discutere e tanto fa decollare il valore nelle aste. Tale tentativo simile al tentativo Heideggeriano di decostruire il linguaggio, produce come nel grande filosofo una specie di teologia apofatica. Un dire che non dice, un linguaggio che parla solo a pochi eletti che ne penetrano il minimale significare. Tale minimale significare viene vissuto come un voler permanere nella infinita distanza rispetto ad un essere reietto. Rifiutare l’essere gravido di caos e di significati oscuri, rifiutare la barbarie. L’arte vissuta in tal senso è una presa di distanza dal concetto di vero e spesso anche di bello. E’ identificazione di un concetto che permane ipostaticamente in modo quasi platonico, ma che del platonismo non ha in effetti alcunché. Verrebbe quasi da pensare ad una sorta di eugenetica purezza, dove non esiste turbamento, perché si nega il pensiero carico di angoscia. L’angoscia degli elementi utilizzabili nella dimensione della vita di ogni giorno viene sedata semplicemente con la negazione degli elementi stessi in quanto sottratti alla loro funzionalità. Assistiamo a opere d’arte contemporanea realizzate mediante strumenti disarticolati dal contesto, privati della loro logica funzionale e privati quindi del loro senso significante. Vediamo ad esempio il caso della porta di Duchamp divelta dall’abitazione e collocata nella Biennale di Venezia nel 1978, quando alcuni ignari imbianchini incaricati di rinfrescare il padiglione, la ridipinsero per zelo.

Per tentare di rappresentare cosa suscita un’opera di Centonze è forse utile aver detto tutto ciò che non è. I capannoni di Mimmo rovesciano i percorsi di quell’arte che prende le distanze dalla concretezza e dalla continuità dell’essere. Vittorio Sgarbi nel saggio “L’ombra del divino nell’arte contemporanea” cita la Pop Art, arte popolare applicata che utilizza frammenti del quotidiano sottraendoli alla logica abituale e funzionale: Sgarbi vi contrappone il concetto meraviglioso di arte “implicata” , quell’arte “che ci coinvolge e ci travolge nella sua dimensione spirituale”. Il tema dell’ombra del divino, una sorta di traccia di un eterno Dio che rende l’artista completamente coinvolto nel suo processo produttivo. E in questo coinvolgimento trascina il fruitore dell’opera d’arte. Un coinvolgimento unico il cui risultato estetico, può diventare suscettibile di interpretazione, di rielaborazione senza che questo significhi assenza di originalità. Ancor più, senza che questo significhi non essere contemporanei. L’arte comunica al mondo i suoi capolavori specialmente quando è universale perché conduce l’uomo all’elaborazione spirituale personale del Grande Linguaggio presente nelle cose del mondo. Per questo motivo l’arte è contemporanea, perché vince la diacronia del tempo sottraendo l’opera umana ad una concezione edipica. Ed esattamente qui penso che sussista la matrice religiosa del processo poietico. Se è valido questo discorso, quale bisogno ha l’artista di dimostrare la propria originalità attraverso una forzata cesura col passato? La rottura con il passato può avvenire come non avvenire senza che questo vada ad inficiare il fatto che un’opera possa dirsi contemporanea. Ritrarre il mondo mostrando una tenerezza per le cose dell’essere, non significa collocarsi fuori dall’arte degna di nota nel terzo millennio. L’artista che si colloca nella scia, nell’ombra dei grandi del passato può tranquillamente convivere con chi individua una cesura. Sgarbi cita il caso di Gaetano Pesce che utilizza poliuretani e plastiche inaugurando nuovi linguaggi, ma penso anche ad Enrico Prometti che sperimenta ogni sorta di materiale nella furia di dare voce ad una propria angoscia Brechtiana. L’importante è che l’arte sia “implicata” piuttosto che esaurirsi in una mera “applicazione” dove si rischia di non trasmettere più nulla all’osservatore. Vittorio Sgarbi ama citare spesso la coprofilia , la copro cultura di un modo di intendere l’arte che penso non si possa faticare a ritenere distorto e insignificante, quando si esaurisce la prima spinta di una puerile provocazione.

Personalmente trovo un livello di “implicazione” altissima nelle opere di Mimmo Centonze.

Mi pare a buon diritto che esse rappresentino una piena immersione nell’essere. Nei soggetto del capannone sul quale si concentra l’artista c’è tutta l’angoscia e il tumulto del lavoro quotidiano anche se cessato. C’è la presenza di quegli oggetti che vengono colti in uno stato di abbandono come estrema conseguenza del loro essere oggetti significanti che hanno esaurito un ciclo di vita. In ambienti pieni di rottami, l’artista coglie l’estremo significare delle cose. Le cose che si amano anche quando hanno cessato la loro mera funzione di utilizzabili. Vi è una tenerezza per le cose del mondo che solo può sussistere in chi vuole leggere il senso dell’essere. E in effetti vi è in Mimmo Centonze la capacità di operare un distinguo tra la luce che si manifesta in maniera inequivocabile e il buio di un ambiente destinato altrimenti a perdere il proprio senso. Tale luce entra dalle aperture del capannone e ci consegna ad una visione quasi salvifica. Non si legge l’opera per dilettarsi nella forma stessa, chiusa nel proprio rompere con l’esistenza, ma si legge l’opera di Mimmo con l’ entusiasmo della vita. Una vita che è consapevolezza delle macerie del tempo, che ha assunto in se ogni carattere edipico della temporalità, dove la luce eterna irrompe nella finitudine di un mondo già vissuto.

Anche Centonze quindi si pone sul confine come i minimalisti e l’arte concettuale, ma lo fa in modo completamente diverso. Non isola l’elemento, ma lo coinvolge. Non lascia lo spettatore in un “quieto cullarsi” nel permanere in uno stato di sottrazione al caos cosmico; piuttosto coinvolge in pieno lo spettatore attuandone quasi un sequestro emotivo. E questo emerge tanto più nelle opere del 2009 dove campeggiano colori forti tra l’arancio e il rosso. Il pittore si è accorto che non può fare a meno di lasciar entrare con prepotenza quella luce che era più algida nelle opere del 2008. Perché la luce è fuoco e brucia ogni cosa nell’esaltarne lo splendor.

Centonze interpreta bene il muro del tempo, lo spazio occupato dalle cose che decadono, ma in questa decadenza si innesta una mistica che fa di Centonze forse un pittore unico in questo senso.

Un pittore che sa leggere metafisica nello spazio del confine dove l’uomo ha giocato le proprie possibilità. I residui del lavoro ammassati, i rifiuti traggono vita dalla luce che li sottrae al loro inesorabile decadere. In questa sottrazione alla decadenza, ogni elemento è provvidenzialmente riscattato dal caos, dall’inutile.

Centonze non rinuncia a quella battaglia sull’essenza che ha caratterizzato i filosofi: e lo fa perché in questo senso la filosofia coincide in pieno con la teologia, dove il logos è ciò che è origine del tutto come ciò che precorre la possibilità stessa che l’uomo ha di viverlo.

Entrare in un”capannone” di Mimmo Centonze significa entrare in un mondo di teologia cosmica dove la luce è fuoco sacro che ci chiama al mondo.



Francesco Corsi

Presidente dell’Assoc. Il Cenacolo dei Filosofi

www.ilcenacolodeifilosofi.it























 
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