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La Bce finge di aiutarci: rifiutiamoci di pagare il debito (da Libre Associazione di Idee)
Data:   14-09-2012
Scritto su http://www.libreidee.org/2011/09/la-bce-finge-di-aiutarci-rifiutiamoci-di-pagare-il-debito/
Diritto alla bancarotta, perché la moneta è un bene comune: solo il diritto all’insolvenza degli Stati potrebbe smontare il potere finanziario, che non è affatto neutrale ma è costituito da un super-cartello di 10 istituti di credito che da soli detengono l’87% del debito italiano e, con la complicità della Bce, sono interessati a protrarre all’infinito l’attuale situazione di difficoltà, purché innaffiata con miliardi di euro estorti alle famiglie attraverso manovre come quella di Tremonti. Vie d’uscita? Un’altra Europa, politicamente unita e democratica, dotata di una politica fiscale unitaria. Solo così si potrebbe contrastare lo strapotere della finanza mondiale, che vive di speculazione ed è grande otto volte l’economia reale, ormai paralizzata dai signori della crisi.

Tesi che il professor Andrea Fumagalli ha riproposto il 12 settembre a “L’Infedele” su La7, dopo svariati interventi nelle ultime settimane, come quello sul “Manifesto” del 9 settembre. Economista critico dell’università di Pavia, Fumagalli auspica la nascita di un’Europa ben diversa dall’attuale, in cui «i poteri sono in mano alla Bce, che detta legge tramite l’asse Merkel-Sarkozy». Vorrebbe un’Unione Europea del tutto antitetica rispetto a quella che presenta, come biglietto da visita «illegale» – parole di Gad Lener – la lettera “segreta” o “confidenziale” di Trichet e Draghi al governo italiano, nella quale vengono dettate le linee di politica economica che l’Italia dovrebbe seguire se vuole ottenere un aiuto per evitare il rischio di default e l’aumento degli oneri d’interesse.



Il diktat della Bce, scrive Fumagalli sul “Manifesto”, si basa su due convenzioni, comode ma entrambe false: la presunta neutralità dei mercati finanziari, con relativa fiducia nel loro ruolo di arbitro imparziale dell’efficienza del libero mercato, e la possibilità che politiche fiscali recessive possano raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio pubblico e quindi contrastare la speculazione. Il professor Fumagalli le smentisce entrambe: i “mercati” sono tutt’altro che “neutrali”, essendo costituiti da una inaudita concentrazione di denaro, e quindi di interessi, in pochissime mani; inoltre, le politiche di austerity hanno sempre e solo prodotto recessione, anziché rilancio dell’economia. E l’aspetto più preoccupante riguarda i registi più o meno occulti della manovra: un super-potere piramidale che tutela enormi interessi di pochissimi.



«Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia», spiega Fumagalli. Se il Pil del mondo intero nel 2010 è stato di 74.000 miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95.000 miliardi di dollari, le Borse di tutto il mondo 50.000 miliardi, i derivati 466.000 miliardi. «Tutti insieme questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi». Ciò che spesso si dimentica è che questo processo, oltre a spostare valorizzazione e accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale, estendendo lo sfruttamento del lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria” caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.



Per quanto riguarda il settore bancario, continua Fumagalli, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa 440 all’anno, riducendo così il numero delle banche a meno di 7.500. Al primo trimestre del 2011, cinque Sim, cioè società di intermediazione mobiliare (J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Stessa situazione nelle Borse: nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate.



In un simile, inaudito processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – Sim, banche e assicurazioni – che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ‘30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”. Oggi, prosegue Fumagalli citando sempre i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a vent’anni fa. «Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano: ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico italiano, circa l’87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero».



Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: «Lungi dall’essere concorrenziali, essi si confermano come fortemente concentrati: una piramide che vede al vertice pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione passiva». Un mercato piramidale, che sancisce lo strapotere del vertice, anche con la complicità delle società di rating, «spesso colluse con le stesse società finanziarie», che «ratificano in modo strumentale le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese». Ecco perché, continua Fumagalli, «quando si leggono affermazioni del tipo “sono i mercati a chiederlo”, “è il giudizio dei mercati” e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati ideologicamente come entità metafisica, non sono altro che espressione di una precisa gerarchia e potere: e la Bce lo sa bene».



Se quella dei “mercati” che si dipingono come “neutrali” è una clamorosa impostura, a pagarne le spese – con lo spauracchio del debito – sono direttamente i cittadini, attraverso i tagli al welfare per finanziare i creditori, cioè le 10 grandi banche d’affari che dettano legge e che, come nel caso della Grecia, hanno ispirato le misure finanziarie che hanno portato il paese al tracollo. Ma di cosa è fatto il debito pubblico? Il deficit è costituito da due componenti: il disavanzo (o avanzo primario), pari alla differenza tra il totale delle spese e il totale delle entrate dello Stato, al netto degli interessi, e poi le spese per interessi sui titoli di Stato emessi negli anni precedenti. «Le leggi finanziarie – spiega il professor Fumagalli – possono intervenire solo sull’avanzo o del disavanzo primario, non sulle spese per interessi». Per cui, adottando “misure draconiane” come la manovra “lacrime e sangue”, «si può creare anche un avanzo primario, ma se in contemporanea aumenta l’onere del debito e quindi la spesa per interessi, lo sforzo per ridurre il deficit di bilancio può essere del tutto vanificato».



Ed è proprio questo ciò che è successo e sta succedendo oggi in Europa per i Piigs, i paesi nell’occhio del ciclone. Al momento attuale, in seguito ai vari declassamenti che le agenzie di rating hanno inflitto ai titoli di Stato, il divario (spread) con i bond tedeschi (quelli considerati più affidabili) è fortemente aumentato. Ma al di là della validità delle “manovre”, tutta da verificare, l’ultima parola spetta sempre ai fantomatici “mercati”. Senza dimenticare che ogni politica fiscale restrittiva ha come conseguenza immediata la contrazione del Pil: «È cosi possibile che l’effetto negativo di tali cure sul Pil sia maggiore dell’effetto positivo di riduzione del deficit, con il risultato che l’obiettivo di ridurre il rapporto deficit-Pil non possa mai venir conseguito. È il classico caso in cui la cura è talmente forte da ammazzare il paziente, utilizzando una nota metafora di Keynes».



Rischio tanto più elevato, quanto più la politica fiscale restrittiva avviene all’indomani di una fase recessiva così pesante come quella del 2009. «Ed è veramente ipocrita che gli economisti che fino a ieri chiedevano a gran voce tali misure restrittive oggi paventino il rischio della doppia recessione». Non è necessario essere esperti di economia, osserva Fumagalli, per capire che difficilmente queste “manovre” potranno avere successo: «Al contrario, il rischio è che la situazione si avviti in una spirale viziosa senza uscita con la necessità ogni anno di adottare politiche fiscali ancor più recessive».



E il peggio è che i grandi “investitori istituzionali” lo sanno perfettamente: sono loro a condurre il gioco. Perché a loro la crisi conviene: «Il raggiungimento del bilancio in pareggio dell’Italia o degli altri paesi europei non interessa», spiega Fumagalli. «Ciò che a loro interessa è, in primo luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria rimanga sempre aperto, e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni». Infine, si vuole che venga garantito il pagamento delle tranches di interessi. Quindi «la Bce mente sapendo di mentire», quando finge di intervenire per sanare il deficit: sa benissimo che i detentori del credito, le super-banche, firmerebbero per allungare all’infinito la situazione di oggi, perché è quella che assicura loro i maggiori profitti.



Dalla fine degli accordi di Bretton Woods, il potere finanziario stabilisce in modo autonomo e sovranazionale il valore della moneta, sulla base delle gerarchie e delle aspettative che gli “speculatori istituzionali” di volta in volta definiscono: «La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della terra è tale che l’accesso a porzioni (sempre più decrescenti) di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e distorsivi che gli stessi mercati finanziari generano». La finanza, per Andrea Fumagalli, è ormai un “biopotere” che esercita una piena governance planetaria, al di sopra delle leggi e degli Stati: e oggi, attraverso una smisurata dotazione di capitali concentrati in pochissime mani, dispone – a monte – del futuro economico, e quindi sociale, di interi popoli.



Esempio: ogni euro di plusvalenza generata virtualmente nell’attività speculativa ha effetti reali sull’economia per circa un 30%, mettendo in moto un moltiplicatore finanziario che incide direttamente sulle capacità di investimento e di distribuzione del reddito che stanno alla base dell’attuale processo di accumulazione. Quel 30% di fatto è creazione netta di moneta, al di fuori di qualsiasi forma di signoraggio statuale oggi esistente. «La produzione di moneta a mezzo di moneta – continua l’economista dell’ateneo di Pavia – implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento: ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione».



Unico strumento di legittima difesa: restringere il campo d’azione dei mercati finanziari. Come? «Non tramite l’illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere, in grado di erodere la loro efficacia». Per Fumagalli «è necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria andando a colpire la fonte del loro guadagno», cioè i soldi che gli Stati spremono ai cittadini. Fumagalli propone «la completa svalutazione dei titoli sovrani, che sono di volta in volta al centro dell’attività speculativa». Obiettivo che può essere ottenuto in un solo modo: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta). «In tal modo, lo strumento stesso della speculazione verrebbe meno: i titoli sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia, junk bonds».



Gli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volerlo, dice ancora Fumagalli: così, la speculazione non potrà avere come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una strategia di default controllato. Una bancarotta “accompagnata”, a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve, da una politica comune di gestione della crisi. Come? Non solo creando un fondo di intervento a sostegno dei paesi in difficoltà, ma soprattutto emettendo “eurobond” in grado di sostituire i titoli sovrani entrati in default a tassi d’interessi fissi, garantendo i rendimenti solo ai titoli in possesso delle famiglie e con interventi di controllo della libera circolazione dei capitali.



«Il diktat della Bce ha come scopo quello di favorire la speculazione, non di contrastarla», afferma Fumagalli. «Solo il diritto alla bancarotta degli Stati europei può rappresentare una prima risposta efficace, da coniugare con la ripresa di un movimento transnazionale europeo che ponga al primo punto la costruzione di un budget fiscale europeo unico, una politica fiscale e di spesa pubblica che travalichi i confini nazionali». Una exit-strategy che per l’economista pavese presuppone una radicale riforma dell’Europa, da attuare in tre mosse: un vero fondo di garanzia finanziato dalla Bce, un budget sociale europeo finanziato da ogni Stato con una quota pari all’1% del proprio Pil e un piano europeo per una politica fiscale comune.



Punti-chiave, che sono solo la base per «consentire il passaggio della sovranità fiscale dal livello nazionale e quello europeo e consentire, in tal modo, di porre un contropotere al potere monetario e finanziario oggi dominante». Ma per raggiungere questi obiettivi, riconosce Fumagalli, è necessario che si sviluppino movimenti sociali fra loro coordinati, in grado di incidere nello spazio pubblico e comune europeo: «Dai sommovimenti ancora nazionali finalizzati a estendere il diritto all’insolvenza è ora di passare, tramite le reti studentesche, dei migranti, dei precari, delle donne, degli “indignati”, al diritto alla bancarotta su scala europea: perché tale diritto significa ipotizzare che la moneta è un bene comune».



 
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