Recensioni
Il mistero della parola:Fabrizio Guarducci e "La parola ritrovata"- di Giuseppe Benelli
Data:   02-04-2014
Questo libro ha una finalità fortemente educativa che è quella del piacere del comunicare. Ma comunicare si può se c’è un munus se c’è un pegno, se tutti ci troviamo impegnati di fronte a qualcosa, è solo questo munus che caratterizza la cultura occidentale. E questa sera, grazie a questo bel libro di Fabrizio Guarducci, abbiamo il munus, la parola. È un libro di un entusiasta, di un educatore di uno che si richiama a una differenza che è fondamentale nella nostra cultura, la differenza tra educare e formare la differenza tra platonici e aristotelici.
Il tema è affascinante perché, la parola è qualcosa di imprendibile, la parola non è qualcosa che si possa “capere”: capire, afferrare facilmente deriva da parabola, para ballo, ballo è l’arte del lanciare, è l’arte della balistica, io lancio la parola, dico libro, albero, animale, ma lancio sempre questa parola, vicino, non colpisce secco, è nelle vicinanze, la parola in qualche modo è sempre approssimativa, eppure noi sentiamo l’esigenza che la parola colpisca nel segno
come è che si può rendere la parola più mirata? Come è che si può comunicare? Come è che si può insegnare? Lasciare un segno, se un professore di scuola non lascia un segno, vuol dire che non ha insegnato. Insegnare è un compito difficile, per lasciare un segno bisogna emozionare, se non c’è un’emozione non si ricorda niente, il ricordo se batte il cuore, se il cuore non batte non c’è niente da fare, e quindi un insegnate bravo deve emozionare.
Se questo libro ruota attorno al grande mistero della parola, lo fa con una stratificazione di chi per tutta la vita ha pensato a certi problemi, non c’è solamente il riferimento bibliografico che è particolarmente dotto, puntuale e preciso, ma c’è l’esigenza di giungere a delle considerazioni proprie, di cogliere qualcosa di singolare.
Il XX secolo è stato il secolo del linguaggio, se c’è il computer si deve al fatto che il linguaggio è diventato l’elemento fondamentale; l’illusione di un linguaggio universale scientifico si è rivelata in un positivismo logico che è durato pochi anni. È con l’analisi del linguaggio che il discorso cambia, per trovare qualcosa che regga la parola in un consenso universale e chiude come sapete con il silenzio, grande serbatoio della parola.
Luzi dice: “nella nostra lingua l’equilibrio tra il dicibile il detto è bello, è esemplare”, questo equilibrio bello lo abbiamo perso, ecco perché il tuo libro in qualche modo insegue costantemente questa ricerca di equilibrio, che essendo una dimensione estetica, è frutto di quella humanitas a cui Luzi faceva riferimento in quel contesto, cioè di quella formazione che nasce soltanto, dal vero, autentico umanesimo. Ma la cosa fondamentale è che se educare non è formare, allora nasce proprio il senso stesso di un educazione come comunicazione empatica. Ed è qui che tu sviluppi un tema affascinante, che tu sperimenti con qualcosa di estremamente vissuto, dove l’acquisizione del linguaggio e l’equilibrio del linguaggio, la capacità di esprimere anche il proprio vissuto nell’autobiografia, la capacità di raccontare, raccontare significa contare di nuovo, nasce sorprendentemente il fascino di una tua scrittura, io colgo in te una forte classicità, un senso autentico di classicità, ti porti dietro in questo entusiasmo, in questo filo rosso del tuo pensare sul linguaggio che nasce dal confronto scolastico, dal rapporto con l’altro, dal bisogno di comunicare, dal dispiacere che nasce quando si vede la scuola ridotta in certi modi, il mondo dei ragazzi cosi lontano, anche proprio sotto il profilo del linguaggio, il loro modo stesso di concepire la parola, e allora nasce fortemente nel tuo discorso una chiave ermeneutica, una chiave interpretativa, il bisogno di interpretare, il bisogno di domandare, il bisogno di credere, ma non è un chiacchiericcio, è un petere un domandare per ottenere, è chiedere un bicchier d’acqua quando si ha sete, ed è in questo petere che c’è una valenza forte che nasce dall’ascolto, ascoltare gli altri oggi è difficile, io vedo tanta gente che non è capace di ascoltare, perché l’ascolto è un atto di umiltà, ascoltare significa accogliere, non è soltanto fare silenzio, nasce dall’ascolto di chi si mette in discussione, di chi non finisce mai di imparare, di chi rimane stupito, meravigliato. C’è un bellissimo detto nella Grecia antica, quando in un mercato improvvisamente, senza una causa esterna, cala il silenzio, i greci antichi dicevano, passa Ermes, quando in un bosco improvvisamente cala il vento, passa Ermes, è la meraviglia, è lo stupore, e quel silenzio improvvisamente ti spiazza; è proprio dal silenzio di Ermes che nasce la parola, è in quel silenzio che Ermes ci consegna la parola. Ed è proprio questa metafora magnifica della mitologia greca che ci fa capire che la tua capacità di ascolto, il tuo bisogno di comunicare, la tua volontà educativa nasce da questo profondo e meditato silenzio.

Giuseppe Benelli
 
 
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