Recensioni
Le guerre nascono nella mente degli uomini - intervento di Vittorio Sgarbi alla Biblioteca della Camera
Data:   02-04-2014
Il significato politico di questo libro è in una delle prime e più limpide delle affermazioni dell’autore che dice “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini è nella mente degli uomini che devono essere elevate le difese della pace”, frase bellissima che è nell’atto costitutivo dell’Unesco, cioè se la guerra non è una fatto fisico di scontro, che prevede una forza contro l’altra ma è la decisione di qualcuno che poi la guerra non la farà, che deciderà la guerra e quindi nella sua mente, nel logos da cui dipende la parola che diventerà l’ordine “armatevi e partite” per l’appunto, restando lui protetto, è evidente che le difese le devi alzare con altre parole nella mente e non con barriere, mura, o armi offensive.

Non posso quindi non condividere le osservazioni di Guarducci su ciò che è avvenuto (con l’ “intossicamento” del linguaggio) ma alle sue origini il linguaggio di infrazione era quello di Delfini, era quello di Pasolini, e come lui dice giustamente in un passaggio del libro, c’è qualcosa di abbastanza inquietante nel fatto che tra le forme di ignoranza ci sia anche l’alfabetizzazione, nel senso che tutti abbiamo visto, verificato oggi massimamente, che può essere che un contadino sia più colto anche se non conosce la lingua, non conosce l’alfabeto, ammesso che ce ne sia ancora qualcuno, rispetto a quello che è alfabetizzato. Cioè l’alfabetizzazione non corrisponde necessariamente ad un avanzamento è talvolta una perdita di rapporto diretto con la natura.

Un libro di José Bergamin,“Decadenza dell’analfabetismo”, sostiene che l’analfabetismo era un’espressione culturale talvolta più avanzata dell’alfabetizzazione, è esattamente quello che dice Guarducci, quindi è un libro che va letto per intendere come le forme di cultura non siano necessariamente legate alla dimensione scolastica, quella pedagogica sì, ma come pedagogia anche di un sapere materiale, non di un sapere soltanto letterario o scritto. E comunque in tutto questo, il libro è molto notevole perché si occupa di capire come nasce la parola e cosa la parola indirizzi o indichi, quindi che la parola in realtà precede le cose, non esistono le cose se non ci sono le parole che le indicano, questo è un dato che la linguistica ha appurato e che Guarducci indica in modo esemplare.

Ma ancora di più quando si pone un’altra questione, dice “le parole fanno le cose”, e questa è forse un’altra chiave del libro.

Il mondo consumistico con il potere che esercita la pubblicità crea trappole in cui i giovani facilmente cadono, crea trappole secondo Pasolini, perché quando scelgono vestiti e cose esteriori confondono un valore esterno con uno interno, questo meccanismo per cui prendi qualcosa che ti faccia appartenere ad una tribù. Questo meccanismo imitativo è molto pericoloso, per questo Pasolini porta l’esempio della lingua degli slogan, che a suo avviso è talmente assimilato dalle persone da sostituire quella umanistica.

Un altro punto in cui il libro diventa utile insieme alla parola è quello per cui l’uomo si distingue dall’animale, a mio avviso e anche suo, per due cose, la parola, gli animali non parlano, però anche l’uomo gesticola, e talvolta dice bene l’autore i gesti dicono una cosa diversa dalle parole; quindi le parole non rivelano ma nascondono, io ti dico una cosa perché non voglio che tu capisca il mio pensiero e la parola mi consente di svelarlo ma anche di nasconderlo, perché con la parola io posso giocare, i sofisti lo hanno insegnato. Ma il segno, il movimento, la mano, gli occhi, possono tradire con un diverso linguaggio, che è prealfabetico, quello che la parola non dice o vuole nascondere, altro passaggio interessante. E quindi cosa ci distingue dall’animale? La parola, la parola di essere in due, in tre, in quattro, che condividono qualcosa, cha fanno la democrazia, non c’è la democrazia negli animali, gli animali non hanno un’idea cui convergere “vogliamo o questo o quello”, no, gli uomini si, possono anche sbagliare, possono essere tutti con Mussolini, o tutti con Hitler anche, e con ciò stabilire un meccanismo democratico reale sulla base di principi sbagliati per cui Rousseau aveva giustamente indicato che ci può essere più democrazia in uno solo che in centomila. È certo che gli uomini si organizzano in società attraverso la parola, e quindi fonda anche la società, la parola fonda l’architettura, la parola fonda la realtà, senza parola non c’è neanche l’architettura. Ed ecco che da questo punto di vista noi dobbiamo immaginare che ci sia un nesso fra la costruzione della parola e la costruzione dell’architettura, ma in tutto ciò il dato che mi sembra fondamentale perché quelle parole non si disperdano è l’altro per cui noi ci distinguiamo dagli animali, nella storia che costituiamo che è fondata sulla memoria. Certamente nell’uomo la memoria è il fondamento della storia, la memoria è quella per cui noi possiamo costruire una società che ha delle basi che sono nelle strutture in cui gli uomini vivono, quindi nell’architettura, ma anche nei principi, a cui noi ci ispiriamo in un progressivo avanzamento che rende la democrazia talmente inevitabile che è anche la principale minaccia alla creatività. Il tempo nostro è inquietante perché c’è un eccesso di creatività.

La memoria oggi è certamente quella che poi si perpetra, sia nella documentazione analitica, archivistica, cartacea. Siamo cresciuti in un’epoca di ipertrofia riproduttiva. È uno dei temi del nostro tempo, la memoria intesa come riproduzione reale, di quello che accade.

E ancora il passaggio di Democrito mi sembrava molto bello, quello sulla nutrizione, devo dire che mi ha colpito molto, l’uomo che mangia carne, pensa meglio, pensa di più, elabora meglio le parole, questo è un tema interessante, lo rimando al libro, la vera rivoluzione arriva nel periodo Neolitico, circa diecimila anni fa quando l’uomo cambia modo di vivere e di alimentarsi, comincia a strutturare la sua esistenza, da diecimila anni in avanti abbiamo perfino tracce artistiche come quelle dei dipinti nelle grotte di Altamira, dove ci sono le prime testimonianze di una creatività di istinto che si manifesta oltre che con la parola, con il segno.

E arrivando alla fine molto notevoli sono i passaggi in cui il nostro parla di Democrito e di Eraclito sull’origine della lingua, l’identità fra essere e linguaggio, ma mi sembra che il passo più convincente, tra quelli che lui adduce è quello in cui parla di Gorgia, che è un passo molto seducente, dice “la parola è un gran dominatore che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere, riesce infatti a calmare la paura, a eliminare il dolore, a suscitare gioia, a aumentare la pietà”. Ecco, mi pare che queste parole dette da Gorgia, in tempi cosi remoti sulla funzione salvifica della parola, la capacità della parola, non solo di persuadere ma anche di dare all’uomo una diversa dignità, possono essere ben congiunte con la premessa a cui ritorno per chiudere che è quella dell’atto costitutivo dell’Unesco “poiché le guerre nascono nella mente degli uomini è nella mente degli uomini che devo essere elevate le difese della pace”.

Vittorio Sgarbi
 
 
 
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